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La ricetta con la Hierba Buena. Davvero.

La ricetta con la Hierba Buena. Davvero.

by Giovanni Sodano Maggio 03, 2020

Ho deciso, stavolta lo faccio. Nello scorso articolo avevo iniziato bene, promettendo o facendo intuire che avrei parlato di pizza, e poi ho lasciato tutti a bocca asciutta. 

Questa volta invece è diverso. 

Proprio così. Ho deciso e non cambierò idea, anche perché i tempi sono maturi e parafrasando i Righeira, l’estate sta arrivando.

Ricetta

Procurati un tumbler alto e uno jipijapa. Indossa il secondo e metti nel primo zucchero, succo di lime e della Hierba Buena. Amalgama premendo le foglie di Hierba in maniera delicata e infine unisci ghiaccio tritato o a cubetti e ovviamente la soda. Guarnisci con un altro rametto di Hierba e servi con una cannuccia corta e larga.

Consiglio

Se abiti vista mare aspetta le 16:00 / 16:30 per eseguire questa ricetta, oppure in tarda serata, molto dopo cena e poi bevila ascoltando il rumore delle onde. 

Se abiti invece in città, mi dispiace davvero tanto.

A questo punto, resta in silenzio per almeno 30 secondi, quindi chiudi gli occhi, fai un bel respiro e poi, subito dopo, il primo sorso. 

Fatto? Com’è? Fammi sapere.

Naturalmente, ma lo hai già capito dalla ricetta e da quell’estasiante profumo di menta, sto parlando del Mojito.

E la hierba buena, o come direbbero a Cuba la yerba buena, è la mentha nemorosa, detta anche menta cubana. Questa varietà ha il pregio di unire a un aroma gradevole, un gusto decisamente più delicato rispetto alle altre.

 

Il Mojito è stato portato alla ribalta nei primi anni 50 a l’Havana. Ernest Hemingway, che soggiornò a Cuba proprio in quegli anni per trovare l’ispirazione per scrivere il Vecchio e il Mare, era solito recarsi presso la Bodeguita del Medio ogni giorno apposta per assaporare la freschissima bevanda.

Secondo sorso. 

Mi piace pensare che sia stato proprio il Mojito la principale fonte di ispirazione per Hemingway, e che gli abbia fatto vincere il Pulitzer nel 1953 e il premio Nobel per la letteratura l’anno successivo.

Al terzo sorso ti puoi immaginare mentre attraversi a passo svelto Plaza de la Catedral per giungere al centro della stradina, percorrendo il marciapiede stretto e impolverato. Il sole delle 16:00 batte sullo jipijapa, trentasette gradi sono parecchi, ma l’assenza di umidità li rendono inverosimilmente piacevoli. Lasciato alle spalle l’ingresso puoi perderti nelle scritte sui muri e immaginare Fidel Castro o Pablo Neruda immersi nei loro pensieri con un bicchierino di rum e un sigaro appena tagliato.

Ma non tergiversiamo.

Quarto sorso.

È scientificamente provato da me, che bere un mojito di tanto in tanto in una giornata calda e afosa è un metodo efficace per migliorare la tua produttività. 

L’emisfero destro del cervello, responsabile della creazione di nuove ideee, lavora più attivamente quando si rilassa e si distende. Oltretutto, con l’aumento della circolazione sanguigna si previene anche l’invecchiamento cellulare. Come dire, il Mojito aiuta a rimanere giovani.

Se sei astemio puoi provare con una moleskine. Nel libro “Imparare la meditazione: Come ritrovare in modo semplice equilibrio, serenità ed energia per la vita di tutti i giorni” di Ananta Del Greco, infatti, puoi leggere che tenere un diario o un quaderno all’interno del quale annotare a intervalli regolari i tuoi pensieri in ordine sparso, produce effetti molto simili. L’autrice la chiama Meditazione della Scrittura, ma io preferisco di gran lunga il cocktail.

Ultimo sorso, purtroppo.

Angelo Martinez, proprietario 70 anni fa della Bodeguita del Medio, aveva riscoperto l’antica ricetta del cocktail corsaro chiamato Draque e aveva sostituito l’Aguardiente con il rum bianco cubano oltre che, ovviamente, a cambiare il nome in Mojito.

L’etimologia del nome ha un che di poetico. Mojito deriva dalla parola vodoo Mojo, che vuol dire incantesimo. Mojito, dunque, significa letteralmente “piccolo incantesimo”, che poi è un po’ ciò che succede dal sorso numero tre.

Secondo un’altra teoria, il nome del mojito sarebbe legato al mojo, un condimento tipico della cucina cubana composto da aglio e agrumi che veniva utilizzato per le marinature.

Una terza teoria, invece fa derivare il nome da mojadito, in spagnolo “umido” ma anche “piacere” nell’espressione colloquiale “Gracias, tan sólo una mojadita.”, ovvero “Grazie, con molto piacere”.

A questo punto guardando il tumbler vuoto potresti chiederti se quello che hai appena bevuto sia stato un momento di felicità o soltanto un sorso di piacere?

Si, perché piacere e felicità sono due cose estremamente differenti. E se pensi che il piacere sia alla base della felicità ti sbagli. È vero tuttavia che spesso scegliamo il piacere, ma lo facciamo a dispetto della felicità.

Andrea Giuliodori, del quale ho ascoltato in questi giorni l’audiolibro “La felicità è una scelta”, direbbe che “La felicità è acqua che ci rinfresca. Quando ci immergiamo nella felicità percepiamo la realtà in modo differente e ci scrolliamo di dosso l’ansia di rincorrere il piacere.”

Aggiungo io: vuoi mettere un bicchiere d’acqua che ci rinfresca con un buon mojito?!

 


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