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    <title>Blog | Creative Business Agency | Giovanni Sodano</title>
    <link>http://www.giovannisodano.it/blog/</link>
    <description>Il blog di Giovanni Sodano, Art Director di Creative Business Agency e CBLab</description>
    <language>it</language>
    <item>
      <title><![CDATA[ Finire in bellezza: l'importanza dei suffissi ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/finire-in-bellezza-importanza-dei-suffissi ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Sappiamo bene che quando diamo un nome giochiamo una parte importante del nostro successo in poche sillabe, in poche lettere. Allora a quali parti delle parole bisogna dare maggior peso? </p><p>  Sappiamo che ogni nome &egrave; formato da diverse &ldquo;parti&rdquo;, la prima suddivisione che viene alla mente &egrave; la scomposizione in diverse sillabe, poi in diverse lettere. Le vocali danno colore ai nomi: un suono grave o leggero aiuta a creare tutto un mondo immaginario, un richiamo alla mente di desideri, visioni, fantasie, associazioni con il prodotto ideale, con valori che vogliamo comunicare. </p><p>Le consonanti danno spessore alle parole. Rendono un nome dolce o forte, lo rendono sonoro. Ma oltre alle sillabe, alle vocali e consonanti e al loro ritmo, c&rsquo;&egrave; un altro aspetto della &laquo;suddivisione&raquo; di una parola che non va trascurata: il rapporto tra prefisso - nome &ndash;s uffisso. L&rsquo;uso dei suffissi &egrave; stato molto diffuso nelle attivit&agrave; di naming, se si sceglie di percorrere questa strada, ci sono delle piccole attenzioni da avere. </p><p>Il suffisso &egrave; la parte finale del nome, l&rsquo;ultimo suono, quello che vibra pi&ugrave; a lungo nell&rsquo;area e che maggiormente resta fissato nella memoria. Proprio il suffisso &egrave; la parte del nome maggiormente condizionata dalla moda, spesso si sceglie di utilizzare suffissi &ldquo;ad effetto&rdquo;, ad esempio in &ldquo;&ndash;is&rdquo; o &ldquo;-ex&rdquo;, in alcuni casi il suffisso viene utilizzato per rafforzare il suono, in altri casi per rendere pi&ugrave; &ldquo;internazionale&rdquo; il nostro nome, per creare dei richiami linguistici che creino nella mente del nostro target un immagine &ldquo;cosmopolita&rdquo;, o creare un richiamo ad un immaginario esotico, pur senza fare un preciso richiamo ad una lingua straniera. </p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Naming in pillole: il karma dei nomi ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/il-karma-dei-nomi ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Ogni nome ha una rappresentazione, &egrave; un segno che indica un oggetto, ma non solo, crea un immaginario. </p><p>In un nome non conta solo la fonetica, il suono, ma ogni parola, ogni nome, porta in s&eacute; un immagine visiva, trasmette un suo carattere.  Ogni nome porta in s&eacute; non solo un significato ma anche una magia. E&rsquo; un simbolo, contiene una sua rappresentazione, una sua poesia, ha la capacit&agrave; di trasmettere un&#39;emozione. </p><h3>Ogni nome racconta una storia. </h3><p>Un&rsquo;operazione di naming ha il compito di raccontare la storia di quello che vogliamo offrire al mercato. Ogni nome oltre ad avere un impatto di tipo uditivo ha un impatto visivo, porta in s&eacute; una immagine, evoca significati, suggerisce visioni, emozioni. </p><p>Nella scelta del nome sappiamo che questo carico di contenuti resteranno legati indissolubilmente a quel prodotto. Ogni nome porta il consumatore ad una serie di associazioni che sono visive, emotive, associazioni che comprendono sia la sfera razionale che l&rsquo;immaginario. Un nome conferisce un&rsquo;identit&agrave; &ldquo;un&rsquo;anima&rdquo; al prodotto che vogliamo mettere sul mercato. </p><p>Nel nostro progetto di naming dobbiamo tenere in conto le visioni che ogni nome suggerisce, perch&eacute; un nome rimane impresso nella memoria e porta con s&eacute; un insieme di significati, associazioni e suggestioni che difficilmente potranno essere modificate nella mente del consumatore. </p><p>Intorno al nome si costruiscono le convinzioni del consumatore, si creano link emotivi e logici che difficilmente, una volta radicate, possono essere annullate. </p><p>Abbiamo visto che assegnare un nome pu&ograve; essere un&#39;operazione molto complessa, che richiede attivit&agrave; di ricerca, costruzione e verifica che non possono essere banalizzate nella pura "invenzione istantanea".</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Glossario crittografico ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/glossario-crittografico-termini-tecnici ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Crittologia:</strong>&nbsp;Lo studio della&nbsp;crittografia&nbsp;e della&nbsp;crittanalisi.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Crittografia:</strong>&nbsp;Studia metodi per proteggere le informazioni riservate, metodi per garantirne l&#39;autenticit&agrave; e l&#39;integrit&agrave;. Sono questi gli aspetti sui quali ci concentreremo in questa serie di letture.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Crittanalisi:</strong>&nbsp;Si occupa del procedimento inverso delle crittografia, cio&egrave; studia possibili modi per forzare gli algoritmi crittografici verificandone cos&igrave; la robustezza. Qui non ci occuperemo di questa branca della crittanalisi. Ci baster&agrave; arrivare a capire come le cose funzionano e come ci possono tornare utili.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Bit:</strong>&nbsp;Sta per "binary digit" (cifra binaria). Come saprete, i computer e i dispositivi digitali in generale, elaborano essenzialmente numeri, ma questi numeri non vengono rappresentati nella forma decimale (cio&egrave; con dieci cifre come siamo abituati a fare) bens&igrave; nella forma binaria (cio&egrave; con due sole cifre). Queste due cifre sono lo 0 e l&#39;1. Per chi non si intende di queste cose, ricordo che la scelta di usare 10 cifre per l&#39;aritmetica &egrave; puramente arbitraria: potremmo ugualmente usarne per esempio 20, oppure 5. La scelta del numero di cifre, cio&egrave; della&nbsp;base&nbsp;di numerazione, ha motivi di praticit&agrave;, e non esiste alcuna limitazione nell&#39;usare una base piuttosto che un&#39;altra. Naturalmente si possono convertire i numeri da una base all&#39;altra, cos&igrave; ad esempio il numero binario 11010 corrisponde al numero decimale 26. Chi usa un computer probabilmente non ha mai visto apparire sullo schermo numeri in forma binaria, ma sempre e solo in forma decimale: sono i programmi ad occuparsi della conversione, in modo da favorire la leggibilit&agrave; da parte di noi umani. Ma dentro al computer tutti i numeri e i dati vengono rappresentati ed elaborati in base 2.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Byte:</strong>&nbsp;Nell&#39;ambito dei sistemi informatici si &egrave; consolidato nel tempo l&#39;uso di raggruppare 8 bit insieme: l&#39;unit&agrave; cos&igrave; formata viene detta byte. I bit che compongono il byte hanno un certo ordine: esattamente come le cifre dei numeri decimali, anche l&#39;ordine delle cifre binarie ha il significato di "peso" della cifra. Quindi il numero binario 11010 che abbiamo visto nella descrizione del termine bit potrebbe essere rappresentato cos&igrave; in un byte:</p>00011010<p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em">I tre zeri che appaiono a sinistra sono necessari per riempire tutti gli otto bit che costituiscono il byte. Quanti possibili valori diversi si possono rappresentare in un byte? Questo &egrave; abbastanza facile da calcolare: siccome ciascuno degli otto bit pu&ograve; assumere due valori, 0 e 1, avremo due possibilit&agrave; per ciascuna cifra del byte, per un totale di 2*2*2*2*2*2*2*2=28=256 combinazioni diverse. Queste 256 combinazioni si possono utilizzare per rappresentare, ad esempio, i numeri da 1 a 256, oppure per rappresentare i numeri da 0 a 255 (notare la sottile differenza), oppure per rappresentare i caratteri alfabetici, le cifre e gli altri simboli di punteggiatura di un testo. Il byte, di per s&egrave;, non riporta il tipo della informazione che esso rappresenta, ma sono i programmi ad attribuirgli il significato corretto a seconda del contesto.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Testo ASCII:</strong>&nbsp;Tra i tanti modi possibili per rappresentare un testo, lo standard ASCII &egrave; diventato quello comunemente accettato nel mondo informatico. L&#39;ASCII non &egrave; altro che una tabella che d&agrave; la corrispondenza tra vari caratteri stampabili e il byte che li rappresenta. Ad esempio, la lettera &#39;A&#39; maiuscola viene codificata nel byte 10000001, mentre la cifra &#39;7&#39; viene codificata nel byte 00110111, e cos&igrave; via. L&#39;ASCII codifica anche certi caratteri speciali necessari per la corretta formattazione dei testi, come gli a-capo e le tabulazioni.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Simbolo:</strong>&nbsp;Nell&#39;ambito di questo documento user&ograve; questo termine ad indicare gli elementi che compongono un messaggio. Nel caso di un testo i simboli sono i caratteri che lo compongono, tipicamente nella rappresentazione ASCII che abbiamo descritto. Nel caso di un file binario come una immagine, i simboli saranno i valori dei byte che lo compongono. Per fissare meglio le idee, i simboli che user&ograve; negli esempi saranno sempre alfabetici, e tipicamente mi limiter&ograve; alle sole lettere maiuscole. E&#39; facile immaginare come gli stessi ragionamenti si possano estendere ad un numero arbitrario di simboli, per esempio i 256 possibili valori che pu&ograve; assumere un byte in un file generico. Siccome qui ci occuperemo di capire i concetti fondamentali, eviter&ograve; generalizzazioni astratte che, seppur corrette teoricamente, tendono ad oscurare il ragionamento.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Messaggio:</strong>&nbsp;E finalmente veniamo al messaggio, cio&egrave; il documento o l&#39;informazione che dobbiamo trasmettere. Un messaggio &egrave; una sequenza di simboli, cio&egrave; potrebbe essere una sequenza di byte come in un file binario, oppure una sequenza di caratteri ASCII come in un testo: sappiamo che tutti questi tipi di informazione, sebbene diversi, vengono comunque rappresentati con dei byte, e quindi tutte le tecniche crittografiche che vedremo sono impiegabili a prescindere dal tipo specifico di messaggio. Un messaggio nel senso di questa documentazione potrebbe quindi contenere un file, una immagine, un suono, un breve commento o un libro intero, un preventivo, una ordinazione, una password, ecc. Per chiarezza di esposizione, i messaggi che useremo negli esempi saranno sempre dei brevi testi in prosa dal contenuto banale. In alcuni contesti tratteremo il messaggio come se fosse un numero e lo inseriremo dentro a una espressione aritmetica: in effetti basta mettere in fila tutti i byte che lo compongono e poi leggere tutti i bit nell&#39;ordine per ottenere un numero binario, magari lunghissimo, ma pursempre solo un numero.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Integrit&agrave; del messaggio:&nbsp;</strong>Tecniche per verificare che un messaggio trasferito o archiviato non sia stato accidentalmente alterato. Esempi: checksum, CRC, MAC, HMAC.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Autenticit&agrave; del messaggio:</strong>&nbsp;Tecniche per verificare che il messaggio di un certo autore appartenga effettivamente a quell&#39;autore. E&#39; una sorta di firma digitale, ma meno versatile.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Intercettatore o intruso:</strong>&nbsp;L&#39;intercettatore &egrave; colui che carpisce copia del messaggio in transito tra i signori A e B, ed &egrave; perci&ograve; il loro naturale antagonista. Poich&eacute; per&ograve; la parola "intercettatore" &egrave; troppo lunga per i miei gusti, user&ograve; pi&ugrave; spesso la parola "intruso": il significato &egrave; diverso, ma tutto sommato rende meglio l&#39;idea del terzo incomodo indesiderato.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Algoritmo:</strong>&nbsp;Parolone che significa questo: assegnati certi dati di partenza, l&#39;algoritmo &egrave; la procedua dettagliata da seguire in modo da pervenire ai risultati voluti. Descriveremo gli algorimi usando il linguaggio in prosa, e useremo solo un po&#39; di algebra elementare.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Password:</strong>&nbsp;Traducibile in "parola di accesso", &egrave; un codice segreto che permette di accedere a una qualche funzione riservata. Esiste un solo posto sicuro dove custodire una password: la propria testa.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Chiave:</strong>&nbsp;Codice segreto usato per parametrizzare un algoritmo di crittazione. La chiave usata per crittare si chiama&nbsp;chiave di crittazione, mentre la chiave per decrittare si chiama&nbsp;chiave di decrittazione.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Crittare:&nbsp;</strong>Applicazione di un algoritmo per rendere incomprensibile il contenuto di un messaggio, salvo che al destinatario. Il messaggio di partenza viene detto&nbsp;messaggio in chiaro, mentre il messaggio ottenuto con questo algoritmo viene detto&nbsp;messaggio crittato. Generalmente l&#39;algoritmo di crittazione viene parametrizzato da una chiave, che permette di utilizzare lo stesso algoritmo tra diversi interlocutori.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Decrittare:</strong>&nbsp;Applicazione di un algoritmo che converte il messaggio crittato nel suo originale in chiaro. La decrittazione &egrave; quindi l&#39;applicazione dell&#39;algoritmo inverso della crittazione.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Algoritmo di crittazione a chiavi simmetriche:</strong>&nbsp;Un algoritmo di crittazione dove la chiave di crittazione &egrave; uguale alla chiave di decrittazione. Due soggetti che vogliano scambiarsi messaggi crittati, dovranno preventivamente concordare una chiave segreta in comune.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Algoritmo di crittazione a chiavi asimmetriche:</strong>&nbsp;Un algoritmo di crittazione dove la chiave di crittazione &egrave; diversa dalla chiave di decrittazione. Con questi algoritmi i due soggetti non hanno bisogno di concordare una chiave segreta in comune, perch&eacute; la crittazione avviene usando la chiave pubblica della controparte, mentre la decrittazione richiede la conoscenza della chiave segreta, e non sarebbe altrimenti possibile usando la stessa chiave pubblica usata per la crittazione.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Chiave segreta e chiave pubblica:&nbsp;</strong>Negli algoritmi di crittazione a chiavi asimmetriche ogni soggetto dispone di due chiavi: quella segreta deve essere conservata e mantenuta scrupolosamente segreta dal proprietario; quella pubblica invece deve essere diffusa il pi&ugrave; possibile, magari anche registrandola presso un&nbsp;key server&nbsp;o una&nbsp;Certification Authority.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Fingerprint (impronta digitale):</strong>&nbsp;Codice numerico caratteristico di una chiave pubblica ma pi&ugrave; corto, e riportato a scopo di verifica incrociata nella corrispondenza, nei biglietti da visita, ecc. Vedremo maggiori dettagli nella sezione dedicata alle implementazioni dei sistemi crittografici.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Key ID (identificativo della chiave):</strong>&nbsp;Versione ancora pi&ugrave; ridotta del fingerprint, costituita dai suoi ultimi 64 b. Vedremo maggiori dettagli nella sezione dedicata alle implementazioni dei sistemi crittografici.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Spazio delle chiavi:</strong>&nbsp;Con questo termine un po&#39; oscuro si indica semplicemente il numero di chiavi diverse che un certo algoritmo di crittazione pu&ograve; accettare. In generale pi&ugrave; grande &egrave; questo numero, pi&ugrave; robusto &egrave; l&#39;algoritmo rispetto agli&nbsp;attacchi di forza bruta&nbsp;(v.).</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Attacco di forza bruta:</strong>&nbsp;Noto l&#39;algoritmo di crittazione usato, consiste nell&#39;esplorare sistematicamente lo spazio delle chiavi alla ricerca di quella usata per crittare il messaggio. Per svolgere questo compito noioso e ripetitivo, i computer sono lo strumento ideale. Recentemente &egrave; stato dimostrato come uno spazio delle chiavi a 56 bit (che corrisponde ad oltre 72 milioni di miliardi di combinazioni) pu&ograve; essere esplorato completamente in pochi giorni da computer opportunamente predisposti. Questo insegna che gli attacchi di forza bruta da parte dei moderni computer si prevengono solo usando chiavi molto pi&ugrave; lunghe di questa: un semplice ragionamento mostra che per ogni bit aggiunto alla chiave, lo spazio delle chiavi raddoppia e quindi raddoppia anche il tempo necessario per un attacco di forza bruta.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Robustezza dell&#39;algoritmo:</strong>&nbsp;Valutazione per lo pi&ugrave; empirica delle possibilit&agrave; di invertire l&#39;algoritmo di crittazione pur senza conoscere la chiave, oppure della possibilit&agrave; di ridurre l&#39;ampiezza dello spazio delle chiavi a causa della presenza di particolari debolezze logiche, cos&igrave; facilitando il lavoro dell&#39;intruso. Del resto la logica insegna che non si pu&ograve; dimostrare che un algoritmo &egrave; corretto, ma si pu&ograve; solo dimostrare che &egrave; errato, qualora questo errore venga scoperto. In generale gli algoritmi in uso corrente sono considerati&nbsp;robusti, nel senso che resistono alle forme di attacco crittanalitico note. Vedremo che sono noti diversi algoritmi di crittazione, firma digitale, digest ecc., e perci&ograve; i programmi che li impiegano permettono di scegliere quali utilizzare. Perci&ograve; nella evenienza che un qualche algoritmo oggi in uso si dovesse un giorno rivelare debole, la migrazione verso nuovi algoritmi sarebbe (abbastanza) indolore per l&#39;utilizzatore.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Sicurezza del sistema crittografico:</strong>&nbsp;Valutazione delle concrete possibilit&agrave; che un intruso particolarmente determinato e che dispone di mezzi adeguati, possa in qualche modo violare un certo sistema crittografico, vuoi con un attacco di forza bruta condotto con macchine potentissime, vuoi sfruttando qualche debolezza negli algoritmi usati. Ci sono molti esempi clamorosi in cui sistemi di crittazione ritenuti inviolabili, si sono poi dimostrati deboli. Vedremo alcuni di questi casi, come il codice di Vigen&egrave;re e la macchina Enigma. Come &egrave; facile rendersi conto, nessun sistema di sicurezza &egrave; mai perfetto, e probabilmente nessuno lo sar&agrave; mai. Ci&ograve; che conta &egrave; valutare il rapporto rischi/benefici delle tecnologie, tenersi informati e poter disporre all&#39;occorrenza di soluzioni alternative.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Key server:&nbsp;</strong>Server di rete Internet abilitato alla registrazione, alla consultazione e alla revoca delle chiavi pubbliche. In generale tutte le operazioni sono gratuite, ma l&#39;identit&agrave; del registrante non viene accertata. La validit&agrave; di questo strumento sta nei controlli incrociati che si possono fare, e nel fatto che la chiave si pu&ograve; registrare presso diversi server. Si tratta di un modello di certificazione di tipo ``diffuso&#39;&#39; tipico del&nbsp;Web-of-trust, come vedremo nella sezione dedicata alle implementazioni.</p><p style="margin-top: 0.5em; margin-bottom: 0.5em"><strong>Certification Authority (in breve: CA):</strong>&nbsp;Svolge lo stesso ruolo dei&nbsp;key server, ma con alcune differenze sostanziali: <br />1) la CA &egrave; un ente, pubblico o privato, al quale viene riconosciuto questo ruolo, magari come conseguenza di una normativa di legge; <br />2) la CA si preoccupa di accertare la validit&agrave; della chiave pubblica registrata, cio&egrave; accerta la corrispondenza tra il soggetto e la sua chiave pubblica; <br />3) il servizio delle CA &egrave; a pagamento, per cui tipicamente ci si limita alla registrazione presso una sola CA.<br /><br /><font color="#808080">Autore: Umberto Salsi</font></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Introduzione alla Crittografia ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/introduzione-alla-crittografia ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Quando parliamo di crittografia tradizionale intendiamo un sistema in cui gli interlocutori concordano un algoritmo ed una chiave di lettura comune detta anche chiave simmetrica.</p><p>I primi sistemi crittografici risalgono all&#39;antichit&agrave;. La prima tecnologia crittografica che ha un riscontro nei moderni sistemi &egrave; la soluzione che Giulio Cersare adott&ograve; durante la sua campagna di Gallia.</p><p>Nel corso dei secoli sono stati messi a punti moltissimi sistemi crittografici pi&ugrave; o meno complicati, tuttavia, la mancanza di dispositivi automatici atti alla manipolazione delle informazioni ha sempre reso tali sistemi poco pratici e/o di scarsa sicurezza.</p><p>Il codice di Vigen&egrave;re, inventato nel 1562, &egrave; il pi&ograve; noto sistema crittografico a chiavi simmetriche &nbsp;e, ai tempi, acquist&ograve; addirittura l&#39;appellativo di "indecrifrabile".</p><p>Con l&#39;era tecnologica, poi, nel corso del ventesimo secolo, con le nuove tecnologie di telecomunicazione e le due guerre mondiali, le tecniche crittografiche sono diventate una scienza a tutti gli effetti.</p><p>Dalla macchina &nbsp;Enigma tedesca, alle Bombe di decrittazione polacche, era tutto un fiorire di reparti di intelligence che scomodava e formava servizi segreti e reparti speciali dediti alla crittanalisi. Enti come l&#39;NSA e nuovi dispositivi di calcolo (i precursori dei moderni computer) nacquero negli anni della Guerra Fredda.</p><p>Tra gli anni 60 e 70, poi, assistiamo alla progressiva diffusione dei calcolatori elettronici: queste macchine erano lo strumento ideale per sviluppare in maniera relativamente semplice nuove soluzioni crittografiche avanzate. La diffusione delle prime reti telematiche, inoltre, consentiva, almeno alle aziende pi&ugrave; importanti, di dotarsi di sisetmi di protezione complessi e standardizzati destinati alla implementazione sui computer come, ad esempio il DES.</p><p>Nel 1976, grazie al lavoro di Diffie e Hellman, fu dimostrata la possibilit&agrave; di inviare messaggi crittati senza concordare preventivamente una chiave comune. Il mittente, infatti poteva crittare il messaggio secondo la chiave pubblica del desitnatario e quest&#39;ultimo poteva decrittarlo utilizzando la propria chiave segreta. Nascevano cos&igrave; gli algoritmi a chiave asimmetrica. Tali algoritmi hanno aperto la strada alle moderne applicazioni di crittografia, alla firma digitale e addirittura ai comuni protocolli di rete.</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Naming in pillole: quando la firma diventa un marchio ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/quando-la-firma-diventa-un-marchio ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Nomi propri, nomi di personaggi storici e nomi comuni, nomi inventati, nomi onomatopeici, acronimi, esiste una gran variet&agrave; di nomi tra cui scegliere per un brand ... ma quali scegliere? </p>  <p>Laura Biagiotti, Sergio Tacchini, Valentino, Ferragamo, e poi Ferrari, Ambrosoli, Moretti, Condorelli ... prodotti diversi tra loro che hanno in comune una scelta nel marchio: mantenere il nome dell&#39;imprenditore. Quando questa scelta funziona? Cosa ci comunica il nome di chi &egrave; responsabile del prodotto che stiamo acquistando?</p><p>Certamente un valore fondamentale: l&#39;<strong>autenticit&agrave;</strong>. Che effetto produce nel consumatore? Sicuramente uno: la <strong>fiducia</strong>.</p><p>L&#39;imprenditore si espone personalmente, garantisce con il proprio nome la buona qualit&agrave; del prodotto o servizio. Scegliere di utilizzare la firma come brand &egrave; un progetto che funziona bene quando il marchio nasce da una comprovata esperienza, quando &egrave; sinonimo di garanzia. Quando porta in s&eacute; una serie di valori identificativi. Si sceglie questo progetto di naming quando si vuole dare risalto alla tradizione, al prestigio di quel nome, che viene automaticamente trasferito ai prodotti con cui si identifica. </p><p><strong>La scelta di un nome proprio conferisce una singolarit&agrave; al prodotto, un&#39;inimitabilit&agrave;, un&#39;individualit&agrave;.</strong></p>  <p>Oltre ai nomi patronimici, la storia del naming &egrave; ricca di esempi di scelte di nomi propri di personaggi storici, come Napoleon, Cesar, o nomi che hanno origini geografiche, come il profumo Roma, nomi derivanti dalla mitologia, nomi di divinit&agrave;, o ancora nomi di personaggi dei cartoni animati, la famosa Pippo, o ancora nomi comuni, di cose, persone o animali, come la lavatrice Margherita che ha un nome di donna.</p>  <p>Bisogna sempre ricordare che un nome deve avere alcune caratteristiche che lo rendano un efficace veicolo del prodotto che identifica, &egrave; un tramite tra il prodotto e il potenziale consumatore. Il nome deve rappresentare un segno distintivo del prodotto. Deve evocare i bisogni e le aspettative che il prodotto va a soddisfare. </p>  <p>Un attento progetto di naming evidenzia l&#39;efficacia o meno di un nome, in relazione al prodotto che rappresenta, <strong>ai bisogni che vuole soddisfare</strong>, alle suggestioni che vuole evocare, alla comunicazione che vuole istaurare con il suo potenziale consumatore.</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Naming in pillole: la fonetica e scelta delle vocali ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/fonetica-e-scelta-delle-vocali-nel-processo-di-naming ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Sembra una filastrocca, ma le caratteristiche fonetiche del nostro nome sono importanti quanto il suo significato. </p><p>&ldquo;A&rdquo; &ldquo;E&rdquo; &ldquo;I&rdquo; &ldquo;O&rdquo; &ldquo;U&rdquo; &hellip; quanto peso hanno le vocali nelle parole? <br />Da un punto di vista fonetico sono fondamentali! </p><p>Le vocali caratterizzano notevolmente il suono delle parole che usiamo. </p><h3>Ogni lettera ha il suo peso &hellip; partiamo dalle vocali! </h3><p>Innanzitutto dobbiamo sapere quali sono i nostri obiettivi, quanto estesa sar&agrave; la nostra comunicazione: ogni lingua ha un&rsquo;acustica molto precisa. </p><p>Concentriamoci solo sulle vocali: ogni lingua usa le stesse cinque vocali e la gamma di suoni varia dal pi&ugrave; <strong>acuto </strong>(i) al pi&ugrave; <strong>grave </strong>(u). </p><p>Ogni lingua per&ograve; si concentra su alcune vocali, alcuni suoni caratteristici. </p><p>Dobbiamo averne consapevolezza quando creiamo il nostro nome: conoscere la fonetica sia della lingua parlata nel nostro iniziale territorio di riferimento, sia delle lingue parlate nei territori in cui pensiamo di estendere il nostro mercato in futuro. </p><p>Si pu&ograve; parlare per le vocali di una vera e propria <strong>valenza simbolica</strong>: le vocali acute "i" ed "e", richiamano immagini di <strong>leggerezza </strong>e alla <strong>velocit&agrave;</strong>, ad immagini di forme aspre e hanno un &laquo;colore chiaro&raquo;, mentre vocali gravi "a", "o", "u", evocano l&rsquo;idea di lentezza e pesantezza, forme arrotondate e, come associazione cromatica, hanno un &laquo;colore scuro&raquo;. </p><p>Queste caratteristiche, queste associazioni, possono rivelarsi molto importanti nella creazione del nostro nome: se vogliamo suggerire inconsciamente un&rsquo;idea di velocit&agrave;, leggerezza, sceglieremo parole in cui il suono sar&agrave; acuto (i, e), se vogliamo richiamare un&rsquo;idea di calma, un&rsquo;associazione ad uno stato di relax, sceglieremo suoni pi&ugrave; rotondi, gravi (a, o, u). </p><p>Questo ci aiuter&agrave; a porci subito, al di l&agrave; della logica, in comunicazione con il target di riferimento.</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Naming in pillole: il brainstorming ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/brainstorming-naming-in-pillole ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Recita un detto &ldquo;chi fa da se fa per tre&rdquo;. Non &egrave; cos&igrave; che funziona la creativit&agrave;!</p><p>Un momento fondamentale per la creazione di un nuovo nome &egrave; il <strong>brainstorming</strong>.</p><p>&Egrave; da questa&nbsp;pioggia di idee che nasce l&rsquo;idea giusta. Nel brinstorming ogni idea viene condivisa, rivista, giocata,&nbsp;alla ricerca di affinarla al punto da pervenire all&rsquo;idea vincente, che in quanto tale sar&agrave; frutto di un&nbsp;pensiero comune. </p><p>&Egrave; un momento collettivo in cui il lavoro di ciascuno eleva alla massima potenza&nbsp;la creativit&agrave; di tutti.</p><p>Nessuna gelosia quindi, nessuna paternit&agrave; delle idee messe in circolo e nessun timore!</p><p>Nel brainstorming tutte le idee, anche le pi&ugrave; bizzarre devono avere il loro posto, &egrave; un atto in cui&nbsp;si esce dalla logica lineare, per cui un&rsquo;idea, apparentemente banale, potrebbe innescare il circolo&nbsp;virtuoso dell&rsquo;associazione di idee che porter&agrave; alla costruzione del nostro nome.</p><p>Le regole del brainstorming sono definite da Alex Osborn&nbsp;(1942, How To Think Up):</p><p><strong>1. Nessuna censura:</strong> in questa fase ciascuno deve sentirsi libero di esprimersi e non bisogna&nbsp;valutare le idee &hellip; le valutazioni verranno solo dopo!</p><p><strong>2.</strong> In questa fase <strong>la qualit&agrave; &egrave; uguale alla quantit&agrave;</strong>: pi&ugrave; saranno le idee prodotte maggiore sar&agrave; la&nbsp;possibilit&agrave; di arrivare a quella giusta.</p><p><strong>3.</strong> Abbandonarsi dalla <strong>libera associazione e intuizione</strong>: liberarsi dal pensiero logico, dal&nbsp;percorso lineare, sperimentare il pensiero latente, andare a scavare nell&rsquo;immaginazione.</p><p><strong>4.</strong> Non esiste la stupidit&agrave;: <strong>nessuna idea &egrave; banale</strong>, ciascuna potrebbe guidare verso la strada del&nbsp;successo.&nbsp;&ldquo;E&rsquo; pi&ugrave; facile correggere un&rsquo;idea grezza che crearne una nuova&rdquo;&nbsp;("It is easier to tone down a wild idea than to think up a new one.")</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Animazioni con CSS3 ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/animation-keyframes-css3-per-animazioni-senza-flash ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Analizziamo e studiamo le propriet&agrave; CSS3 che occorrono per creare delle gradevoli e semplici animazioni senza utilizzare flash, swish, javascript o chi per essi.</p><p>Per creare delle animazioni ci occorre una sorta di linea temporale (come Flash) che in questo caso &egrave; sostituita dalla propriet&agrave; CSS animation.</p><p>Bisogna conoscere ed utilizzare @keyframes, dargli un nome e successivamente generare dei passi in percentuale all&#39;interno di questa dichiarazione.</p><p>Le @keyframes sono quelle regole che permettono agli elementi ai quali sono applicate di modificare gradualmente nel corso del tempo.</p><p>Vediamo un esempio</p><p><cite>@keyframes nomeanimazione {<br />&nbsp; from ( color: red; )<br />&nbsp; 35% ( color: green; )<br />&nbsp; to ( color: blue )<br />}&nbsp;<br /><br />@-moz-keyframes nomeanimazione /* Firefox */&nbsp;<br />{<br />&nbsp; from ( color: red; )<br />&nbsp; 35% ( color: green; )<br />&nbsp; to ( color: blue )&nbsp;<br />}<br /><br />@-webkit-keyframes nomeanimazione /* Safari e Chrome */<br />{<br />&nbsp; from ( color: red; )<br />&nbsp; 35% ( color: green; )<br />&nbsp; to ( color: blue )&nbsp;&nbsp;<br />}&nbsp;</cite></p><p>Le parole from e to corrispondono rispettivamente allo 0% e al 100% della nostra linea temporale. 35%, invece, corrisponde all&#39;intervallo temporale in cui vogliamo che il nostro elenento diventi verde.&nbsp;<br /><br />Le altre propriet&agrave; di animation sono le seguenti:<br /><br />animation-name: il nome della nostra nimazione<br />animation-delay: il ritardo che deve subire l&#39;animazione (default 0)&nbsp;<br />animation-duration: il tempo della durata in secondi dell&#39;animazione (default 0)<br />animation-timing-function: il metodo di interpolazione dell&#39;animazione (accelerazione o decelerazione)&nbsp; (default ease)&nbsp;<br />animation-direction: la direzione dell&#39;animazione&nbsp; (normal, linear, ecc...)&nbsp;&nbsp;<br />animation-iteration-count: quante volte si deve ripetere l&#39;animazione&nbsp;(default 1)&nbsp;<br />animation-play-state: se deve partire o meno quando viene mostrata (running o paused)</p><p>Supporto browser</p><p>@keyframes<br />Internet Explorer: NO<br />Mozilla: SI (-moz)<br />Chrome: SI (-webkit)<br />Safari: SI (-webkit)<br />Opera: NO</p><p>Vediamo adesso un esempio complesso.<br />Cambiamo posizione e colore a un quadrato.<br />(non funziona in Internet Explorer e Opera)</p><p><cite>div<br />{<br />width:100px;<br />height:100px;<br />background:red;<br />position:relative;<br />animation-name:myfirst;<br />animation-duration:5s;<br />animation-timing-function:linear;<br />animation-delay:2s;<br />animation-iteration-count:infinite;<br />animation-direction:alternate;<br />animation-play-state:running;<br />/* Firefox: */<br />-moz-animation-name:myfirst;<br />-moz-animation-duration:5s;<br />-moz-animation-timing-function:linear;<br />-moz-animation-delay:2s;<br />-moz-animation-iteration-count:infinite;<br />-moz-animation-direction:alternate;<br />-moz-animation-play-state:running;<br />/* Safari and Chrome: */<br />-webkit-animation-name:myfirst;<br />-webkit-animation-duration:5s;<br />-webkit-animation-timing-function:linear;<br />-webkit-animation-delay:2s;<br />-webkit-animation-iteration-count:infinite;<br />-webkit-animation-direction:alternate;<br />-webkit-animation-play-state:running;<br />}<br />@keyframes myfirst<br />{<br />0% &nbsp; {background:red; left:0px; top:0px;}<br />25% &nbsp;{background:yellow; left:200px; top:0px;}<br />50% &nbsp;{background:blue; left:200px; top:200px;}<br />75% &nbsp;{background:green; left:0px; top:200px;}<br />100% {background:red; left:0px; top:0px;}<br />}<br />@-moz-keyframes myfirst /* Firefox */<br />{<br />0% &nbsp; {background:red; left:0px; top:0px;}<br />25% &nbsp;{background:yellow; left:200px; top:0px;}<br />50% &nbsp;{background:blue; left:200px; top:200px;}<br />75% &nbsp;{background:green; left:0px; top:200px;}<br />100% {background:red; left:0px; top:0px;}<br />}<br />@-webkit-keyframes myfirst /* Safari and Chrome */<br />{<br />0% &nbsp; {background:red; left:0px; top:0px;}<br />25% &nbsp;{background:yellow; left:200px; top:0px;}<br />50% &nbsp;{background:blue; left:200px; top:200px;}<br />75% &nbsp;{background:green; left:0px; top:200px;}<br />100% {background:red; left:0px; top:0px;}<br />}&nbsp;</cite></p><p><a href="esempio-animation.htm" target="_blank">Qui l&#39;esempio funzionante</a> </p><p>E tu hai mai usato le animazioni in CSS3? <br />Cosa ne pensi?&nbsp;</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Sesta regola del Naming: il metodo PAPSA ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/sesta-regola-naming-metodo-papsa ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p><strong>La creativit&agrave; ha un metodo?</strong> Ebbene si! Non &egrave; solo immaginazione e fantasia. <br /><strong>La creativit&agrave; &egrave; un processo.</strong> Essere creativi non &egrave; semplice. Pu&ograve; risultare difficile in certi casi.  </p><p>Creare un nome non &egrave; frutto di una semplice invenzione, oltre alle limitazioni che vengono dalle analisi di marketing e i confini delle propriet&agrave; industriali, dovremo confrontarci con le regole intrinseche alla stessa creativit&agrave;. </p><p>Uno dei metodi pi&ugrave; conosciuti &egrave;<strong> il metodo Papsa</strong>, elaborato da H. Jaoui 1. </p><p>Si tratta di un<strong> approccio creativo c</strong>omposto di cinque tappe, ognuna delle quali &egrave; costituita da una fase <strong>divergente</strong> ed una <strong>convergente</strong>:  &ldquo;Grazie alla fase divergente, si crea un campo sufficientemente aperto che permette una produzione massima di idee senza che queste vengano censurate a priori. Tramite la fase convergente, si riporta all&rsquo;obiettivo di partenza la ricchezza di idee prodotta precedentemente, si canalizza l&rsquo;energia liberata in fase divergente, per arrivare ad una o pi&ugrave; soluzioni originali, efficaci e realizzabili&rdquo;.  </p><p><strong>Vediamo le cinque tappe di questo metodo:</strong></p><p><strong>P = percezione</strong>: cogliere il problema interamente, con ingenuit&agrave;, vedere le cose con gli occhi di un bambino da pi&ugrave; punti di vista, senza pregiudizi. </p><p><strong>A = analisi</strong>: scoprire la struttura del problema, analizzare a fondo la situazione, scegliere i parametri di ricerca da seguire. Bisogna scomporre la difficolt&agrave; seguendo percorsi diversi, pronti al cambiamento. </p><p><strong>P = produzione</strong>: immaginare un gran numero di soluzioni. Spesso la creativit&agrave; viene associata a questa unica fase di produzione di idee, trascurando le tappe di percezione e di analisi, con il rischio di perdere molti sforzi nel trovare idee che poi non risultano efficaci. In questa fase si producono rapidamente molte idee, liberamente, originali, bizzarre o realistiche senza alcuna censura. </p><p><strong>S = selezione</strong>: &egrave; la fase in cui bisogna gerarchizzare e decidere tra le idee elaborate quelle che meglio rispondono ai nostri obiettivi. Vengono selezionate le idee in base a criteri razionali, dando un ordine gerarchico alle idee prodotte. Una grande attenzione va alle idee pi&ugrave; originali, concentrare l&rsquo;energia sul lato positivo delle idee che possono sembrare fuorvianti, per poi poter procedere serenamente ad un esame obiettivo. </p><p><strong>A = applicazione</strong>: coinvolgere tutti nell&rsquo;innovazione. In questa ultima fase si deve far applicare le idee scelte riuscendo a &ldquo;convincere&rdquo; efficacemente gli interessati, interni ed esterni. </p><p>Bisogna trovare i modi per evitare il rifiuto automatico dell&rsquo;innovazione.   Sono processi di gruppo che consentono di trovare il nostro nome vincente!</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Quinta regola del Naming: essere creativi ... ma con metodo ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/dai-un-nome-alla-tua-azienda-quinta-regola-naming-creativita-con-metodo ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Pu&ograve; sembrare contraddittorio ma per la ricerca del successo il rigore &egrave; sempre un <strong>fondamento imprescindibile</strong> &hellip; anche nella creativit&agrave;! </p><p>Come fare quindi a sviluppare il nostro metodo creativo e muoverci all&rsquo;interno delle indicazioni del marketing? </p><p>La creativit&agrave; deve sottostare a tanti &laquo;limiti&raquo;: il&nbsp;<a href="../blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-uno-entra-in-sintonia-con-il-target/">target</a> , il&nbsp;<a href="../blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-due-importanza-del-posizionamento/">posizionamento</a> , la&nbsp;<a href="../blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-tre-conoscere-la-concorrenza-mappe-posizionamento/">concorrenza&nbsp;</a> &hellip; a prima vista sembrerebbe impossibile, ma invece sono proprio i nostri limiti la nostra ricchezza!  </p><p>Non esiste una creativit&agrave; senza limiti, sono le regole che danno la direzione da seguire, la rendono produttiva. La nostra creativit&agrave; non &egrave; &laquo;artistica&raquo; dobbiamo sempre mantener presente il nostro scopo: <strong>il successo</strong>. </p><h3>Prendiamo confidenza con la creativit&agrave;. </h3><p>Il funzionamento abituale dell&rsquo;intelligenza, quello dell&rsquo;apprendimento, &egrave; <strong>deduttivo</strong>, segue un percorso lineare che porta da un passaggio logico a quello successivo in modo relativamente graduale. </p><p>Nell&rsquo;atto <strong>creativo</strong>, d&rsquo;invenzione, il funzionamento dell&rsquo;intelligenza &egrave; diverso, segue un percorso non pi&ugrave; deduttivo / lineare, ma dialettico divergente / convergente e segue diversi percorsi logici. </p><p>Il <strong>pensiero creativo</strong> affonda le sue radici nel <strong>pensiero laterale</strong>, una forma di pensiero  indipendente da un modello di riferimento, che segue ipotesi a bassa probabilit&agrave;. </p><p>L&rsquo;elaborazione della soluzione &egrave; spesso veloce e intuitiva ma per essere elaborata richiede un percorso complesso che prima diverge e poi converge sulle soluzioni.  </p><h3>Le due fasi sono costituite da momenti diversi. </h3><p><strong>La fase divergente </strong>consiste nella raccolta di idee e informazioni. E&rsquo; un momento di ricerca, molto dispersivo, in cui la raccolta di informazioni anche incongruenti &egrave; fondamentale. In questa fase si creano schemi mentali nuovi. </p><p>&Egrave; un passo indispensabile per la fase successiva: <strong>la convergenza</strong>, in cui quel che si &egrave; cercato fino ad allora produce un intuizione che spesso &egrave; improvvisa e pu&ograve; apparire slegata da ci&ograve; che si &egrave; raccolto nella fase divergente.  </p><p>Gi&agrave; l&rsquo;analisi di queste due fasi ci &egrave; stata utile a capire quanto la creativit&agrave;, l&rsquo;intuizione, provenga da  un attento studio. </p><p>&Egrave; <strong>una scintilla di genialit&agrave;</strong> che viene elaborata attingendo da tutto il background culturale di chi la concepisce. </p><p>Alcune volte sono suggestioni che provengono da conoscenze, altre volte associazioni tra idee che sembrano logicamente incongruenti!</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Quarta regola del Naming: non saltare nessuna tappa ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-nome-azienda-quarta-regola-naming-non-saltare-nessun-passaggio ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Tra creativit&agrave; e analisi, il nome di successo nasce da un processo, in cui <strong>non si pu&ograve; saltare</strong> nessun&nbsp;momento.&nbsp;</p><p>Il nome &egrave; il prodotto finale di un ciclo che &egrave; <strong>creativo </strong>ma che deve sottostare alle regole non solo della creativit&agrave;. Il processo che porta al successo nasce dal nome. </p><p>&Egrave; il nome<strong> la prima freccia</strong> che dovr&agrave; colpire il&nbsp;target. Per questo non si pu&ograve; sbagliare. Per avere il nome vincente bisogna essere creativi e avere&nbsp;effettuato tutte le<strong> analisi di marketing</strong> che ci faranno da linee guida nella creazione del nome. </p><p>Si possono definire <strong>tre assi</strong> all&rsquo;interno delle quali la creativit&agrave; deve muoversi: </p><p>- <strong>Marketing</strong>: coerenza con il posizionamento del prodotto e con la mission e i valoridell&rsquo;azienda;<br />- <strong>Linguistica</strong>: pronunci abilit&agrave;, memorabilit&agrave;, esportabilit&agrave; del nome; <br />- <strong>Propriet&agrave; industriale</strong>: disponibilit&agrave; e difendibilit&agrave; del marchio e come domain name.</p><p> Le strategie della creazione del nome sottostanno ad un processo creativo che ha delle rigide&nbsp;regole interne: vi &egrave; la prima fase di <strong>condivisione del progetto</strong> e <strong>definizione degli obiettivi di&nbsp;comunicazione</strong>, che dipendono dal posizionamento, dal target, dal mercato, dalla concorrenza. </p><p><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Si&nbsp;stabiliscono cos&igrave; i limiti entro cui la creativit&agrave; dovr&agrave; muoversi.&nbsp;</span></p><p>Saltare una delle analisi del mercato e del posizionamento ci priva delle conoscenze di marketing&nbsp;che sono alla base del nostro futuro successo, strumenti essenziali per poter essere creativi.  </p><p>La fase della creativit&agrave; si avvale di nuovi strumenti che dovremo imparare a conoscere, come il<strong>&nbsp;name storming</strong>, il <strong>metodo P.A.P.S.A.</strong>, le logiche associative, analogiche e proiettive, il Creative&nbsp;Problem Solving e il <strong>pensiero laterale</strong>. </p><p>&nbsp;</p><h4>Questi i prossimi passi, le prossime regole da conoscere ...</h4> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Terza regola del Naming: conoscere la concorrenza ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-tre-conoscere-la-concorrenza-mappe-posizionamento ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Come faccio a differenziarmi in un mercato che sembra saturo? Che comunicazione uso per conquistare la mia parte di mercato? Abbiamo studiato il nostro&nbsp;<a href="../blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-uno-entra-in-sintonia-con-il-target/">target</a> . Conosciamo il nostro&nbsp;<a href="../blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-due-importanza-del-posizionamento/">posizionamento</a>. </p><p>Ma gli altri? Cosa fanno? E soprattutto come vengono percepiti dai consumatori, dai clienti? </p><p>  Per conoscere bene quale &egrave; il nostro posto e prendere la nostra <strong>fetta di mercato</strong> non possiamo non conoscere i nostri competitor. Dobbiamo conoscere il nostro <strong>posizionamento competitivo</strong>. </p><p>Per avere ben chiaro <strong>a chi dovremo rivolgerci</strong> faremo delle vere e proprie <strong>mappe di posizionamento</strong>: ovvero sceglieremo alcune coppie tra le caratteristiche fondamentali del nostro target, le inseriremo su due assi e ne analizzeremo le combinazioni. Su tali mappe inseriremo i nostri competitor e sceglieremo come agire sul nostro posizionamento. </p><p> Come procederemo?  </p><p>Le <strong>target map</strong> (mappe di posizionamento) sono strumenti rappresentativi del <strong>posizionamento dell&rsquo;impresa/marchio</strong> rispetto a due variabili (Assi della mappa) che devono essere interpretate come le logiche prevalenti che spiegano il <strong>comportamento del consumatore</strong>. </p><p> Facciamo un pratico esempio, se fossimo una societ&agrave; operante nel fashion:  <br />- Individuiamo due coppie di caratteristiche: sportivo/classico; deluxe/economico <br />- Inseriamo le nostre coppie di variabili sui due assi della mappa <br />- Inseriamo nei 4 quadranti i nostri competitor: marchio A; B; C; D; E; F</p><p>In base all&rsquo;analisi dei nostri competitor, <strong>potremo scegliere quale dovr&agrave; essere il nostro posizionamento</strong> e iniziare il processo di comunicazione che ci porter&agrave; al successo &hellip; a partire dal nostro nome!  <br /><br /><img src="../images/grafico-target-map.jpg" alt="target map" title="mappa di posizionamento" width="551" height="232" /><strong><br /></strong></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Seconda regola del Naming: l'importanza del Posizionamento ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-due-importanza-del-posizionamento ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Quale tipo di comunicazione dovr&agrave; avere <strong>il nome della tua azienda</strong> per essere efficace? Come potr&agrave; attrarre <strong>i tuoi clienti</strong>? Come far&agrave; a facilitare l&rsquo;incontro dei tuoi prodotti e servizi con il mercato? </p><p>Per raggiungere il successo, bisogna essere <strong>creativi</strong>, non solo per creare&nbsp;qualcosa di nuovo, ma per riuscire a&nbsp;<strong>manipolare l&rsquo;immagine</strong> del tuo prodotto o servizio nella&nbsp;mente del potenziale cliente e <strong>riuscire a ricollegare i nessi</strong>, anche simbolici, che gi&agrave; esistono.&nbsp;</p><h2 style="text-align: center"><strong><br />Per fare questo devi lavorare sul tuo posizionamento.</strong></h2><p>&nbsp;</p><h4><div style="text-align: center">&laquo;Il posizionamento &egrave; l&rsquo;intervento sulla mente del potenziale destinatario della comunicazione&raquo;</div><div style="text-align: center">(Ries & Trout, 1981)&nbsp;</div></h4><p>&nbsp;</p><p>Il posizionamento consiste nel <strong>definire la tua immagine</strong> in modo da occupare una posizione&nbsp;distinta e apprezzata nella mente del tuo target. Esso corrisponde alla percezione che il cliente ha del tuo prodotto o servizio, sia rispetto al concetto di&nbsp;<strong>prodotto ideale</strong>, sia rispetto alla <strong>concorrenza</strong>.</p><p>La strategia di comunicazione sar&agrave; condizionata dal posizionamento, da qui&nbsp;nasceranno tutte le scelte sulla tua immagine, a partire dal<strong> nome della tua azienda </strong>o del tuo prodotto.</p><p>Lo strumento di posizionamento &egrave; la <strong>modellizzazione</strong>. </p><p>Attraverso questo&nbsp;strumento &egrave; possibile individuare quali sono le caratteristiche dei prodotti che pi&ugrave; vanno&nbsp;incontro al tuo target e al proprio modello di prodotto o servizio ideale.</p><h2><strong><br />Come si fa una modellizzazione?</strong>&nbsp;</h2><p>1. &nbsp;<strong>Scomponi</strong> il tuo prodotto/serizio generico in un insieme di attributi<br />2. &nbsp;<strong>Collega </strong>ciascun attributo al bisogno che soddisfa<br />3. &nbsp;<strong>Individua</strong> quali attributi-benefici sono i pi&ugrave; importanti per i tuoi clienti&nbsp;</p><p>A questo punto <strong>conoscerai i bisogni</strong> che devi intercettare attraverso la comunicazione. </p><p>Avrai una serie di indicazioni, suggestioni, associazioni di idee utili per creare il&nbsp;tuo nome e la tua immagine.</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Prima regola del Naming: la chiave per entrare in sintonia con il tuo target ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-scelta-nome-azienda-regola-uno-entra-in-sintonia-con-il-target ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Il nome della nostra azienda o del nostro prodotto deve essere <strong>accattivante </strong>o <strong>divertente</strong>? Deve trasmettere <strong>professionalit&agrave; </strong>o <strong>creativit&agrave;</strong>? Deve essere <strong>rilassante</strong> o trasmette <strong>energia</strong>? </p>  <h3>Regola numero uno</h3><p>Una buona comunicazione parte da una buona conoscenza del target di riferimento. Non possiamo iniziare una buona comunicazione se non sappiamo chi sono i nostri utenti/clienti e quali sono i loro bisogni, i loro desideri, le loro aspettative. Per poter attrarre il consumatore <strong>dobbiamo prima imparare ad ascoltare</strong>.</p><p>Nella vita e nel successo ogni cosa &egrave; relativa e tutto dipende dalle strategie adottate dopo un&#39;attenta analisi del nostro mercato. </p><p><strong>Non esiste il nome di successo assoluto</strong> &hellip; tutto dipende dal nostro target di riferimento. </p><p>Con chi abbiamo l&rsquo;esigenza di comunicare? Chi dovr&agrave; essere attratto e convinto a scegliere proprio noi? Sono giovani o adulti? Hanno bisogno di sentirsi sicuri della nostra professionalit&agrave; o vorranno la certezza che saremo creativi?</p>  <p><strong>Prima di creare il nostro nome</strong> dobbiamo fare alcune analisi e porci qualche domanda sul nostro target di riferimento.</p>  <p>Solo se saremo capaci di analizzare con precisione a chi vogliamo rivolgerci potremo trovare la comunicazione giusta,<strong> la chiave per entrare in sintonia con il nostro target</strong>.</p><p>Allora qualche indicazione pratica per capire meglio come conoscere i nostri consumatori:</p>  <p>1.<span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 7pt; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; line-height: normal">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </span><strong>Analizzare la nostra impresa</strong>, quale &egrave; il mercato di riferimento?<br />2.<span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 7pt; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; line-height: normal">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </span>&Egrave; fondamentale analizzare il nostro target: le variabili principali su cui concentrarci sono <strong>et&agrave;, sesso, classe sociale, istruzione, reddito</strong>.<br /> 3. &nbsp; Identifichiamo il nostro utente/consumatore: quali sono i sui <strong>bisogni</strong>, il suo <strong>immaginario</strong>, le sue <strong>abitudini di consumo</strong>.</p><p>Fatta questa analisi preliminare, per poter scegliere il nostro nome di successo dovremo fare una mappa di posizionamento &hellip; questa &egrave; la regola n.2 che vedremo la prossima settimana!<strong><br /></strong></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Naming di successo, tra marketing e creativita' ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/scelta-nome-aziende-di-successo-naming-marketing-creativo ]]></link>
      <description><![CDATA[ <h3>Se devi lanciare un prodotto o un servizio, se stai aprendo una tua attivit&agrave;, di certo te lo sei chiesto: come si crea un nome di successo? Basta fidarsi dell&#39;intuizione? Quali sono le regole da seguire?</h3><p>Se si vuole costruire un nome bisogna pensare anche al posizionamento del proprio servizio o prodotto ... allora la scelta non &egrave; semplice! Chi di noi non ha un ricordo associato ad un marchio? Si potrebbe sicuramente fare un gioco: se dico McDonald&#39;s tu a cosa pensi? Se dico Nutella?</p><p>Alcuni nomi hanno costruito nella nostra mente ricordi, associazioni indelebili ... ma per ottenere questo come si fa?</p><p>Il nome &egrave; il primo passo verso il successo, la storia delle aziende &egrave; piena di esempi di Marchi che hanno portato al successo un prodotto o un servizio. Ma quanti di noi conoscono la storia di quelli pi&ugrave; famosi? Alcune storie ci possono dare indicazioni importanti.</p><p>l marchio pi&ugrave; noto e pi&ugrave; forte del mondo (si calcola il suo valore in 70,4 miliardi di dollari) &egrave; <strong>Coca-Cola</strong>, ma sappiamo da dove viene? Coca &egrave; un arbusto sudamericano e Cola un estratto della noce di kola. Coca-Cola. Un successo nel sound. <br />L&#39;idea del nome &egrave; dovuta al contabile dell&#39;inventore Pemberton, Frank Robinson. Robinson invent&ograve; il marchio sfruttando la sua bella grafia e ne modific&ograve; il nome utilizzando la &laquo;C&raquo; in &laquo;Cola&raquo;. In inglese infatti la Cola si chiamerebbe &laquo;Kola&raquo;. <br />Quanti sanno che originariamente era una bevanda farmaceutica? <br />E quanti sanno che il vestito rosso di Babbo Natale &egrave; un <strong>operazione di marketing</strong> della stessa Coca-Cola? In origine vestito di verde un arcigno vecchietto del Polo Nord, diventa paffutello e bonario nel rosso del Marchio Coca - Cola, modificando il nostro immaginario ... ma la storia &egrave; lunga e ci stiamo allontanando dalla nostra domanda sui Marchi di successo.</p><p>Anche nel web esistono marchi famosi: &egrave; impossibile ormai non conoscere <strong>Google</strong>. Ma anche in questo caso, quanti conoscono le origini del marchio? Il nome del motore di ricerca pi&ugrave; famoso del mondo deriva dalla parola del gergo matematico googol che indica la cifra formata da un 1 seguito da 100 zeri. &Egrave; chiaro il riferimento all&#39;obbiettivo di indicizzare un numero di pagine web enorme. Il nome venne scelto dal nipote di 9 anni del matematico che introdusse l&#39;uso del googol.</p><p>E <strong>amazon.com</strong>? il nome deriva dal Rio delle Amazzoni, uno dei fiumi pi&ugrave; grandi al mondo, suggerisce quindi l&#39;idea di grandezza, enormi flussi.</p><p>Veniamo ad un grande marchio italiano: <strong>Fiat</strong>, acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino. Quanti sanno che &egrave; stato apprezzato dal poeta futurista Gabriele D&#39;annunzio? Fiat, &egrave; il verbo latino, &laquo;sar&agrave; fatto&raquo;.</p><h3>Abbiamo analizzato la storia di alcuni Marchi di successo.</h3><p> Possiamo trarre alcune indicazioni importanti che iniziano a segnare un percorso da seguire. </p><p>Le criticit&agrave; generali si possono riassumere in 3 punti: </p><p>&nbsp;</p><ul><li>efficacia linguistica: suono, &egrave; pi&ugrave; facile ricordare un Marchio che abbia un bel suono, se &egrave; canticchiabile, se &egrave; armonioso, memorabilit&agrave;, impatto, distintivit&agrave;</li><li>coerenza con il brand di riferimento: la sua storia, il suo target, il suo carattere, il suo stile, la sua immagine</li><li>registrabilit&agrave; del nome come marchio e difendibilit&agrave; legale: punto fondamentale soprattutto in presenza di molti competitors.</li></ul><div><p><br /><br /><br /><br /><br /><br />E tu? <strong>Hai gi&agrave; scelto il nome della tua azienda?</strong><br />Ecco la nostra guida con tanti preziosi consigli:&nbsp;<a href="../blog/scegliere-il-nome-della-propria-azienda/"><strong>clicca qui</strong></a> </p></div>&nbsp;<p>&nbsp;</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Siamo tutti Geolocalizzati ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-esempi-script-geolocalizzazione ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>I motivi che possono spingere un&#39;applicazione web a chiedere informazioni in merito alla posizione dell&#39;utente che la sta utilizzando possono essere svariati ma, quasi sempre, rientrano in uno di questi due casi: o si vuole arricchire un servizio gi&agrave; offerto integrando con delle coordinate geografiche tutte le informazioni di cui si dispone gi&agrave;, oppure si vuole offrire un nuovo servizio, o nuove informazioni, offerte e opportunit&agrave; fisicamente vicine all&#39;utente.</p><p>Uno dei pionieri della geolocalizzazione come la intendiamo oggi, &egrave; stato <strong>Twitter</strong>, il servizio di microblogging in grado di geolocalizzare gli utenti e gli argomenti degli stessi, offrendo un elenco di trends divisi per citt&agrave;.<br /><br />Altri servizi pi&ugrave; o meno noti che fanno uso di questo servizio sono <strong>Gowalla</strong>, <strong>Foursquare </strong>e <strong>Latitude</strong>. Si tratta di network sociali basati sulla posizione degli utenti. Alcune attivit&agrave; commerciali, infatti sfruttano un ceck-in virtuale offrendo a chi si trova nelle vicinanze uno sconto o un incentivo all&#39;acquisto.</p><p>Perci&ograve; mentre alcuni rimangono stupefatti di fronte alla possibilit&agrave; di comunicare ad amici e parenti la propria posizione, altri restano sbigottiti di fronte a questa "grande fratellata orweliana". E&#39; per questo motivo, dunque, che tutte le applicazioni che ne fanno uso, sono costrette a chiedere all&#39;utente se vuole essere geolocalizzato oppure no.</p><h3>Ma vediamo come implementare il servizio e come utilizzarlo.</h3><p>Prima di tutto chiamiamo in aiuto il nostro amico&nbsp;<a href="../blog/compatibilita-broswer-con-html5-e-css3/">Modernizr</a> &nbsp;grazie al quale testiamo il supporto alle Geolocation API in questo modo</p><p><cite>< script ><br />if (Moderizr.geolocation) {<br />// Geolocalizzazione supportata<br />} else {<br />// invitare l&#39;utente a inserire in modalit&agrave; manuale<br />// un riferimento alla propria posizione geografica<br />// come ad esempio il CAP<br />}<br />< /script></cite></p><p>A questo punto proviamo un primo rudimentale esempio di determinazione delle coordinate geografiche:</p><p><cite>< script><br />if (Moderizr.geolocation) {<br />navigator.geolocation.getCurrentPosition(geolocalizzami);<br />} else {<br />alert("Geolocalizzazione non supportata dal browser!");<br />}<br />function geolocalizzami(position) {&nbsp;<br />document.getElementById("lon").innerHtml = position.coords.longitude;<br />document.getElementById("lat").innerHtml = position.coords.latitude;<br />document.getElementById("when").innerHtml = position.coords.timestamp;<br />}<br />< /script ><br />< ul ><br />< li >Longitudine:< span id="lon">-< /span>< /li ><br />< li >Latitudine:< span id="lat">-< /span>< /li ><br />< li >Coordinate identificate il < span id="when">-< /span>< /li ><br />< /ul >&nbsp;</cite></p><p>Longitudine e latitudine non sono le uniche due coordinate accessibili attraverso l&#39;offetto coords. </p><h3>Ne esistono altre cinque:&nbsp;</h3><p><strong>coords.altitude&nbsp;</strong></p><p>Se il dispositivo non riesce ad identificare l&#39;altitudine il valore sar&agrave; null.</p><p><strong>coords.accuracy</strong><br />Fornisce un valore reale non negativo calcolato in metri.</p><p><strong>coords.altitudeAccuracy</strong><br />Esprime in metri il livello di precisione dell&#39;altitudine.</p><p><strong>coords.heading</strong><br />Indica la direzione espressa in gradi partendo dal nord geografico e procedendo in senso orario. Se il dispositivo &egrave; stazionario il suo valore sar&agrave; NaN (Not a Number).</p><p><strong>coords.speed</strong><br />E&#39; la velocit&agrave; espressa in metri per secondo. Se la velocit&agrave; &egrave; pari a zero, la direzione sar&agrave; pari a NaN.&nbsp;</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Un layout per ogni schermo ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/layout-css-per-ogni-schermo-con-media-query ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Una delle sfide che dobbiamo affrontare oggi quando sviluppiamo una interfaccia web &egrave; realizzare<strong> una grafica che si adatti </strong>alla sempre maggiore quantit&agrave; di dispositivi che esistono, ognuno con le proprie dimensioni.</p><p>Se osserviamo gli accessi alle nostre pagine web, infatti, possiamo notare che queste sono visitate sempre pi&ugrave; spesso da <strong>tablet </strong>e da <strong>dispositivi mobili</strong>.</p><p>Grazie quindi al 3G, ed in previsione delle reti 4G in arrivo nel 2016, quindi, i dispositivi mobili vengono considerati il futuro della navigazione web.</p><p>Se CSS2, quindi aveva dato la possibilit&agrave; di utilizzare un foglio di stile diverso ad esempio per la stampa, CSS3 va oltre introducendo le <strong>media query</strong>: delle dichiarazioni che ci permettono di impostare delle regole differenti a seconda dei dispositivi di destinazione.</p><p>Esistono due modi per integrare tali dichiarazioni, ma vediamo velocemente gli esempi.</p><h3>Metodo 1</h3><p><cite><br />< link herf="iphone.css" rel="stylesheet" type="text/css" <br />media="only screen and (min-width:0px) and (max-width:320px)" ><br />&nbsp;<br />< link herf="ipad.css" rel="stylesheet" type="text/css" <br />media="only screen and (min-width:321px) and (max-width:768px)" ><br />&nbsp;<br />< link herf="screen.css" rel="stylesheet" type="text/css" <br />media="only screen and (min-width:769px)" ><br /><br /></cite></p><p>In questo modo possiamo utilizzare dei fogli di stile diversi a seconda del dispositivo che visualizzer&agrave; la nostra pagina web.</p><p><strong>ATTENZIONE!!</strong><br />Modificando la larghezza della nostra pagina per iPhone, e visualizzandola sul device, ci accorgeremo che il tag width non ha fatto correttamente ci&ograve; che gli avevamo chiesto.<br />Per questo tipo di dispositivi, infatti, dobbiamo fare una piccola modifica al tag head della nostra pagina. Bisogna aggiungere questo codice:</p><p><cite><br />< meta name="viewport" content="width=device-width, <br />initial-scale=1.0, maximum-scale=1.0, user-scalable=no" /><br /><br /></cite></p><h3>Metodo 2</h3><p>Il secondo medoto, del tutto uguale al primo, utilizza la media query all&#39;interno dei fogli di stile. Un piccolo esempio, infatti, ci permette di cambiare il colore di un div al ridimensionamento del nostro browser.</p><p>Ecco il codice CSS:</p><cite>@media screen and (max-width: 600px) {<br /><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>.one {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">background: #F9C;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>span.lt600 {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>display: inline-block;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">@media screen and (min-width: 900px) {<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>.two {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">background: #F90;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>span.gt900 {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">display: inline-block;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}&nbsp;<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">@media screen and (min-width: 600px) and (max-width: 900px) {<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>.three {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">background: #9CF;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>span.bt600-900 {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">display: inline-block;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">@media screen and (max-device-width: 480px) {<br /></span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>.iphone {</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">background: #ccc;</span><span style="font-style: italic" class="Apple-style-span">}<br />}<br /></span></cite><p>Questo invece l&#39;html:</p><p><cite>< div class="wrapper one" ><br />Quest&#39;area si evidenzier&agrave; quando la dimensione&nbsp;<br />del tuo browser sar&agrave; inferiore a 600px<br />< / div ><br /><br />< div class="wrapper two" ><br />Questo box si evidenzier&agrave; quando la dimensione&nbsp;<br />del tuo browser sar&agrave; superiore a 900px<br />< / div ><br /><br /><&nbsp;div class="wrapper three" ><br />Questo box si evidenzier&agrave; quando la dimensione&nbsp;<br />del tuo browser sar&agrave; compresa tra 600px e 900px<br />< / div ><br /><br />< div class="wrapper iphone" ><br />Questo box si evidenzier&agrave; quando la dimensione&nbsp;<br />massima del tuo browser sar&agrave; 480px (iPhone)<br />< / div></cite></p><p>Ecco&nbsp;<a href="../blog/layout-css-per-ogni-schermo-con-media-query/demo-media-query.htm" target="_blank"><strong>l&#39;esempio</strong></a>. Proviamo a ridimensionare la finestra del browser tenendolo aperto.<br /><br />Cosa ne pensate?<br />Utilizzerete le media query nei vostri progetti?<br /></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Intervista a Carlo Orlandi, fotografo / VFX Compositor ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/intervista-a-carlo-orlandi-fotografo-vfx-compositor ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>L&#39;articolo di oggi rappresenta di fatto l&#39;incipit di un lungo percorso che faremo nel mondo della fotografia.</p>  <p>Per questo motivo ho scelto come partner un fotografo d&#39;eccezione: <strong>Carlo Orlandi</strong>.</p>  <p>Classe 1987, Carlo si specializza nella fotografia dopo essersi innamorato della tecnica lampista grazie a fotografi come Zack Arias, David Hobby, Chase Jarvis e Mark Wallace.</p>  <p>Nella primavera del 2010, Carlo decide di regalare al mondo del web la sua esperienza, realizzando una serie di video nei quali raccoglie e condivide tutto ci&ograve; che ha appreso in questo campo.</p>  <p>Nasce dunque, un vero e proprio corso di fotografia fatto da video brevi, pratici e pieni di utili consigli.</p>  <p>Ma prima di riportare e argomentare le esperienze di Carlo, cerchiamo di conoscerlo meglio.</p><h3><strong><em>D. Ciao Carlo, parlaci brevemente di te: chi sei e di cosa ti occupi.</em></strong></h3>  <p><strong style="font-style: italic; font-weight: bold">R. </strong>Ciao Giovanni, un saluto anche a tutti i lettori! Di professione sono un VFX Compositor, mi occupo degli effetti visivi per il cinema e la televisione, come green screen, inserimenti di elementi 3D e correzioni varie.<br />Sono un grande videogiocatore e posso passare settimane a leggere ininterrottamente. Ho avuto sempre la predilezione per il giornalismo e l&#39;insegnamento, cosa che mi ha aiutato molto con i video di P2L.</p>  <h3>D. In che modo ti sei avvicinato al mondo della fotografia, e qual e&#39; stata la prima foto che hai scattato?</h3>  <p><em style="font-weight: bold">R. </em>Fin da piccolo fotografavo, ma con un approccio casuale, per questo non mi &egrave; facile dire qual&#39;&egrave; la prima fotografia che ho scattato in assoluto. Alcuni anni&nbsp; fa mi fu regalata la mia reflex, la 450D e avendo pieno controllo sulla macchina fotografica, ho scoperto che avevo sempre avuto questa passione latente. Dopo aver visto One Light Photography Workshop di Zack Arias ho capito in cosa mi volevo specializzare: fotografia da studio e ritrattistica.</p>  <h3>D. Playerdue.com, un blog, un forum, un contenitore di esperienze. Dove vuoi arrivare?</h3>  <p><em style="font-weight: bold">R. </em>Con&nbsp;<a href="http://www.playerdue.com/" target="_blank">Playerdue.com</a> &nbsp;voglio costruire una comunit&agrave; online che non tratti chi si sta avvicinando alla fotografia con superiorit&agrave; e che anzi fornisca tutte le basi per poter coltivare la propria passione, dando la priorit&agrave; agli aspetti pratici, per poter poi approfondire gli argomenti una volta che intorno alla fotografia viene dissipato l&#39;alone di mistero.</p>  <h3>D. Che progetti hai per il futuro? Come ti vedi tra 5 anni?</h3>  <p><em style="font-weight: bold">R. </em>Ho intenzione di migliorare sempre pi&ugrave; Playerdue Lighting, organizzando anche incontri dove poter parlare e scattare fotografie insieme. Un traguardo &egrave; quello di trovare uno sponsor che&nbsp; fornisca le attrezzature per il tempo necessario a fare gli episodi (come recensioni e comparazioni).<br />Tra 5 anni mi piace vedermi pi&ugrave; come un fotografo che come un VFX compositor, con uno studio fotografico un po&#39; pi&ugrave; spazioso e un set sempre pronto per girare nuove puntata di P2L e magari anche un po&#39; di ospiti da intervistare!</p>  <h3>D. Spesso la gente mi scrive per chiedermi quale macchina fotografica acquistare per fare delle buone foto. Tu cosa rispondi?</h3>  <p><em style="font-weight: bold">R. </em>Una reflex o comunque una macchina fotografica che dia piena libert&agrave; nel controllo dei parametri &egrave; la chiave per ottenere buone fotografie e sopratutto poter fare progressi. Non c&#39;&egrave; bisogno di spendere una fortuna all&#39;inizio e se si vuole spendere, &egrave; meglio spendere qualcosa di pi&ugrave; sull&#39;obiettivo invece che sul corpo macchina. Attualmente consiglio spesso la Canon 550D o la Nikon D3100 e un buon obiettivo per innamorarsi della ritrattistica &egrave; il 50mm f/1.8, che offre un&#39;ottima qualit&agrave; a un prezzo molto contenuto. Questo ovviamente &egrave; il punto di partenza, per fare delle buone foto poi bisogna scattare!</p>  <h3>D. Ci regali qualche foto spiegandoci brevemente anche la tecnica che hai utilizzato per ottenerla?</h3>  <p><em style="font-weight: bold">R. </em>Con grande piacere!</p><p><img style="width: 551px; height: auto" src="http://farm4.static.flickr.com/3372/5716168610_ecbfc21bfa_b.jpg" alt="" /><br />Questo &egrave; il genere di scatti che pi&ugrave; mi piace fare: ritratti con la tecnica lampista. La luce principale &egrave; un flash attraverso un ombrello diffusore sulla destra, un flash senza modificatori dietro le modelle (quello che sembra il Sole sulla sinistra) e un riflettore dorato in basso a sinistra.<br /><br /><img style="width: 551px; height: auto" src="http://farm5.static.flickr.com/4082/4940623271_fa640c65b6_b.jpg" alt="" /><br />Lavorando con i flash presto si capisce che il Sole non &egrave; altro che un flash sempre acceso e che si possono utilizzare le stesse tecniche, l&#39;unico modificatore qui &egrave; un pannello fai-da-te bianco a sinistra che riporta della luce sul volto della modella.</p><p><img style="width: 551px; height: auto" src="http://farm5.static.flickr.com/4072/4489929525_c0eccfd97b_b.jpg" alt="" /></p><p>Imparato il comportamento della luce si capisce che non servono modificatori costosi per ottenere il risultato che si cerca. Qui ho infatti utilizzato uno straccio di stoffa bianco per diffondere la luce.</p><p>&nbsp;</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Questionari e recensioni: tutta la verita' ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/questionari-e-recensioni-online-tutta-la-verita ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Dopo aver fatto un acquisto online a volte ci viene chiesto di compilare un <strong>questionario di valutazione</strong>. Se il sito ci piace e se l&#39;acquisto &egrave; stato semplice risponderemo positivamente al questionario.</p><p>Chi ci ha proposto il questionario potrebbe voler davvero conoscere il nostro pensiero per migliorare i propri prodotti e servizi, ma ci&ograve; che otterr&agrave; sar&agrave; esclusivamente <strong>un nostro maggior impegno</strong> con il proprio sito.</p><p>Ogni volta che esprimiamo, anche se in forma anonima, un nostro feedback positivo, effettuiamo una <strong>dichiarazione di gradimento</strong> che contribuir&agrave; ad aumentare il nostro coinvolgimento emotivo con il sito, e le probabilit&agrave; che ci rivolgeremo nuovamente allo stesso portale per un nuovo acquisto saranno maggiori.</p><p>E pi&ugrave; l&#39;impegno &egrave; pubblico, pi&ugrave; il nostro coinvolgimento durer&agrave; e condizioner&agrave; quello di altre persone e potenziali acquirenti.</p><p>Per rafforzare il livello di impegno, spesso i proprietari dei siti propongono, oltre ai questionari anonimi la possibilit&agrave; di lasciare un <strong>feedback </strong>firmato o una <strong>recensione</strong>.</p><p>Le opinioni pubbliche, e le recensioni agiscono dunque sugli altri facendo leva sia sul meccanismo di <strong>validazione sociale</strong> che su noi stessi.</p><p>Dopo aver scritto una recensione positiva, infatti, vorremmo rimanere coerenti con quello che abbiamo fatto ed interagiremo nuovamente con il sito web, con l&#39;azienda, con l&#39;organizzazione, su facebook e twitter, o anche offline per strada con i nostri amici.</p><p><strong>E tu cosa ne pensi?</strong><br />Utilizzi questi strumenti all&#39;interno dei tui siti web?<br />Quanto credi alle recensioni o ai questionari online?</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Come iPad ha corrotto il webdesign ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/come-ipad-ha-corrotto-il-webdesign ]]></link>
      <description><![CDATA[ <div><br />All&#39;indomani dell&#39;uscita dell&#39;IPAD2, dispositivo di mamma Apple che ha rivoluzionato il modo di vivere il web, tiriamo insieme le somme di quanto accaduto e di <strong>cosa dobbiamo aspettarci</strong> per il futuro.</div><div><br /></div><div>Prima di fare qualsiasi considerazione, per&ograve;, chiediamoci come mai questo dispositivo ha avuto fino ad oggi tale successo. Personalmente credo che il mondo stia cambiando: il nostro desiderio di comunicare ha fatto si che (quasi) tutti noi ci iscrivessimo a Facebook e Twitter.&nbsp;</div><div>La <strong>condivisione </strong>&egrave; diventata uno "stile di vita" per le nuove generazioni e sar&agrave; alla base per quelle future.&nbsp;</div><div><br /></div><div>Anche quelli della vecchia guardia hanno ceduto: tutti abbiamo un <strong>profilo sociale</strong> ed interagiamo pi&ugrave; di una volta al giorno con i nostri contatti. In questo scenario si &egrave; fatto strada l&#39;IPAD, che non &egrave; stato affatto una rivoluzione dal punto di vista tecnologico quanto lo &egrave; stata da quello sociale.</div><div><br /></div><div>Poco pi&ugrave; grande di un IPHONE, e molto pi&ugrave; piccolo di un NOTEBOOK, quasi quanto un NETBOOK, ma molto pi&ugrave; <strong>maneggevole</strong>, <strong>pratico </strong>e <strong>intuitivo</strong>.&nbsp;</div><div>Probabilmente tra qualche tempo l&#39;IPAD o il dispositivo che ne prender&agrave; il posto, sostituir&agrave; i libri di scuola influenzando e modificando lo stile di apprendimento delle generazioni a venire.</div><div><br /></div><div>Gi&agrave; al giorno d&#39;oggi vedo in autobus, in treno, nei bar e nei negozi, persone che utilizzano questo dispositivo, chiedendo informazioni, opinioni, consigli ... vedo persone, quindi, che <strong>vivono social</strong>.</div><div><br /></div><div>Questo mutato stile di vita, mi fa riflettere su quanto il webdesign stia cambiando e su quanto debba ancora cambiare.</div><div><br /></div><div>Ecco qualche punto su cui &egrave; possibile cominciare a ragionare:</div><div><br /></div><h2>Modalita&#39; visiva</h2><div><br /></div><div>Banalmente l&#39;iPad ha due tipi di modalit&agrave;: <strong>Paesaggio </strong>(Landscape, orizzontale) e <strong>Ritratto </strong>(Portrait, verticale).&nbsp;</div><div>Ci&ograve; significa che in fase di progettazione di una interfaccia web (software, applicazione, sito web) vanno considerate eventuali criticita&#39; dovute ad un "cambio di prospettiva".</div><div><br /></div><h2>Strumento di navigazione primario</h2><div><br /></div><div>Il dispositivo &egrave; semplicistico: non ha tastiera fisica, non ha mouse. <strong>Gli utenti navigano con le dita</strong>: ingrandiscono e rimpiccioliscono qualsiasi elemento.</div><div>Dal punto di vista strutturale, quindi, direi che interfacce "fluide" aiuterebbero di non poco la user experience.&nbsp;</div><div><br /></div><h2>Addio vecchio Flash</h2><div><br /></div><div>L&#39;IPAD (come l&#39;IPHONE), non supporta flash. Tutti i siti che contengono video, animazioni, giochi grafici animati, non saranno (per il momento) visualizzati se non si prevede un cambio di tecnologia.&nbsp;</div><div>In questo caso, fortunatamente, ci viene incontro HTML5 che sebbene ancora acerbo, ha gi&agrave; tutti gli elementi che in precedenza erano un&#39;esclusiva di Adobe Flash</div><div><br /></div><h2>Gli effetti HOVER</h2><div><br /></div><div>Dato che gli utenti utilizzano le dita per navigare i siti web, tutti gli effetti progettati per i dispositivi basati su un puntatore, andrebbero rivisti.&nbsp;</div><div>Le informazioni aggiuntive, i box nascosti, i link a comparsa, e cos&igrave; via, vanno sostituiti con qualcosa di <strong>persistente </strong>al primo click.</div><div><br /></div><h2>Lavorare sui contrasti</h2><div><br /></div><div>L&#39;IPAD si pu&ograve; utilizzare sia in ambienti chiusi che in luoghi aperti.&nbsp;</div><div>Lo schermo &egrave; lucido e riflette la luce. I colori tenui e i <strong>contrasti poco accentuati</strong> possono costituire un problema da questo punto di vista.</div><div><br /></div><h2>Gli spazi bianchi</h2><div><br /></div><div>Ho sempre avuto un debole per gli spazi bianchi (ed il mio sito web ne &egrave; la prova).&nbsp;</div><div>La navigazione con le dita, poi, sarebbe sicuramente agevolata da elementi non troppo vicini, da interlinee ampie e da punti di decompressione visiva ben studiati.</div><div><br /></div><h2>Javascript e CSS</h2><div><br /></div><div>Per la serie "E&#39; un lavoraccio, ma qualcuno lo deve fare", gli sviluppatori dovrebbero preparare <strong>css multipli </strong>per i diversi dispositivi o javascript in grado di riconoscerli ed applicarli (ho accennato a Modernizr&nbsp;<a href="../blog/compatibilita-broswer-con-html5-e-css3/">qui</a> ).</div><div><br /></div><div><br /></div><div>Concludendo il design deve cambiare (in parte lo sta gi&agrave; facendo), ma non soltanto dal punto di vista progettuale e tecnologico, ma soprattutto come <strong>approccio mentale</strong>. Bisogna pensare da utenti, con tutte le caratteristiche che ci&ograve; comporta.</div><div><br /></div><div>Naturalmente i contenuti continueranno ad essere fondamentali, ma un design ben curato non far&agrave; che valorizzarli e renderli ancor pi&ugrave; fruibili.</div><div><br /></div><div><br /></div><div><strong>E tu cosa ne pensi?</strong></div><div>Quali sono le tue considerazioni in merito?</div><div>Hai un Ipad? <strong>Come lo utilizzi?&nbsp;</strong><br /><br /><br /><font size="1" class="Apple-style-span"><font class="Apple-style-span" color="#999999">Credits fotografici:<br />Foto grande:&nbsp;<a href="http://www.flickr.com/photos/grattebitume/4919623710/in/photostream/" target="_blank">Grattebitume</a> <br />Foto piccola:&nbsp;<a href="http://www.flickr.com/photos/ivyfield/4497654605/in/photostream/" target="_blank">Yutaka Tsutano</a></font><br /><br /></font> </div> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Numero Verde 800 ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/numero-verde-800-sette-motivi-per-averlo ]]></link>
      <description><![CDATA[ <h3>1 - Aumento delle conversioni</h3><div><br />Se stiamo cercando di vendere un servizio, e se ci rivolgiamo ad un target esigente, avere un numero verde ci aiuta sicuramente nella fase di prevendita molto di pi&ugrave; di una pagina FAQ su un sito web.</div><div>Nell&#39;80% dei casi, il potenziale consumatore, a parit&agrave; di servizio, chiamer&agrave; sempre prima l&#39;azienda provvista di un numero verde, e nel 90% dei casi acquister&agrave; dalla prima azienda che ha chiamato.</div><h3>2 - Aumento della credibilita&#39;</h3><div><br />I consumatori amano scegliere business di cui si fidano. Un codice 800, quindi, serve a stabilire un rapporto diretto con l&#39;azienda e la convinzione che esista uno staff dedicato che raccolga e processi le chiamate.</div><div>(Puoi rispondere alle chiamate dal tuo numero verde anche quando sei fuori sede, dal tuo cellulare o dalla tua abitazione).</div><h3>3 - Aumento delle dimensioni dell&#39;ordine</h3><div><br />Una voce umana &egrave; pi&ugrave; "calda" di una pagina web, di un catalogo o di una pubblicit&agrave; televisiva. Il consumatore &egrave; pi&ugrave; propenso all&#39;acquisto quando questo avviene in maniera tradizionale (one to one) e la proposta di articoli correlati, con le argomentazioni giuste da, nel 50% dei casi, risposte positive.</div><h3>4 - Verifica</h3><div><br />Molte persone non acquistano online senza verificare che dall&#39;altra parte ci siano persone reali, genuine, raggiungibili oltre il web.</div><div>Una chiamata al numero verde, magari anche per una banale informazione, estingue ogni dubbio circa la veridicit&agrave; del nostro prodotto ed aumenta, in maniera esponenziale le conversioni.</div><h3>5 - Aiuta a non perdere clienti</h3><div><br />Chi vende sul web &egrave; sempre esposto all&#39;insoddisfazione dei propri clienti. Un prodotto arrivato in ritardo, o diverso dalle aspettative far&agrave; si che il nostro cliente parli male di noi e che non consigli i nostri servizi ai suoi amici.</div><div>Un cliente insoddisfatto che ha a disposizione un numero verde pu&ograve; trasformarsi, grazie al rapporto umano nel nostro miglior cliente che potremo non soltanto far felice risolvendo i suoi problemi nell&#39;immediato, ma addirittura utilizzare come caso studio per prevenire eventuali, future problematiche.</div><h3>6 - Aiuta negli spostamenti</h3><div><br />Cambi ufficio? Ti trasferisci? Sei fuori citt&agrave; per affari? Sei in fiera? Hai un guasto con l&#39;adsl oppure con la linea telefonica aziendale? Con un numero verde puoi evitare "periodi bui". Sarai raggiungibile sempre e potrai impostare, con effetto immediato, un diverso numero di terminazione per ricevere le chiamate dei tuoi clienti.</div><h3>7 - Aumento della redditivita&#39;</h3><div><br />Spesso chi non ha mai avuto un numero verde crede che per la propria attivit&agrave; non ce ne sia bisogno. Ma chi non sarebbe disposto a pagare 10 centesimi a fronte di una vendita anche di 10 euro? Un numero verde aziendale, correlato alla pubblicit&agrave; tradizionale (volantini, cartelloni stradali, brochure informative, siti web e campagne payparclick) non pu&ograve; che accrescere il fatturato della tua azienda.</div><div>&nbsp;</div><div>E tu cosa ne pensi?<br />Credi che un numero verde possa aiutare il tuo business?<br />Parliamone.&nbsp;</div><div><br /></div> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Browser, questo (s)conosciuto! So just Modernizr! ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/compatibilita-broswer-con-html5-e-css3 ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Quale browser sta visitando la nostra pagina web, e su quale sistema operativo &egrave; installato?</p><p>Capire chi ci visita, quale device e quale software utilizza &egrave; fondamentale quando decidiamo di implementare ed utilizzare nuove tecnologie come ad esempio <strong>HTML5</strong> e <strong>CSS3</strong>.&nbsp;</p><p>In linea di massima esistono due grandi soluzioni per ovviare a questo problema: la prima, quella pi&ugrave; diffusa e che personalmente sconsiglio &egrave; quella dell&#39;analisi delle stringhe <strong>User Agent</strong>, e la seconda &egrave; la cosiddetta <strong>feature detection</strong>, ovvero un vero e proprio test di supporto sul singolo elemento.<br /><br />Ecco un esempio di User Agent:<br /><strong>Mozilla/5.0 (Windows NT 5.2; rv:2.0.1) Gecko/20110101 Firefox/4.2.1</strong><br /><br />L&#39;analisi della stringa User Agent non &egrave; la soluzione migliore in quanto per ottenere una identificazione solida occorrono script molto complessi (da rivedere all&#39;uscita di nuove versioni dei browser) e perch&egrave; molto spesso i browser mascherano queste informazioni camuffandosi per mantenere l&#39;anonimato.</p><p>Ben pi&ugrave; efficace dell&#39;<strong>identificazione del browser</strong> risulta il controllo sulle varie funzionalit&agrave; mediante oggetti e funzioni.<br />Per realizzare questi controlli possiamo scrivere del codice JavaScript ad hoc oppure utilizzare la libreria&nbsp;<a href="http://www.modernizr.com/" target="_blank">Modernizr</a>.<br /><br />Tramite semplici controlli Modernizr ci permette di sapere se il browser supporta rgba(), border-radius, transizioni CSS eccetera.<br />Oltre a questo ci lascia utilizzare tag come <strong>header</strong>, <strong>footer</strong>, <strong>section</strong>, <strong>dialog&nbsp;</strong>eccetera senza preoccuparci di come vengano interpretati, ad esempio, in IE.</p><p>Per farsi un&#39;idea della potenza di Modernizr ci basta sapere che &egrave; utilizzata da:&nbsp;<a href="http://twitter.com/" target="_blank">Twitter</a> ,&nbsp;<a href="http://www.bk.com/" target="_blank">Burger King</a> ,&nbsp;<a href="http://www.nfl.com/" target="_blank">NFL</a> &nbsp;e dallo&nbsp;<a href="http://www.texas.gov" target="_blank">Stato del Texas</a> .<br /><br />Per fare un esempio, se volessimo controllare se il browser supporta il tag video potremmo scrivere una cosa del genere:<font face="'Trebuchet MS', Arial, sans-serif" size="2" class="Apple-style-span" color="#666666"><span style="border-collapse: collapse; -webkit-border-horizontal-spacing: 2px; -webkit-border-vertical-spacing: 2px" class="Apple-style-span"><br /></span></font></p><p><cite id="pre">if (Modernizr.video) {<br />&nbsp;&nbsp; /* video supportato */<br />} else {<br />&nbsp;&nbsp; /* video non supportato */&nbsp;<br />}</cite></p><p>Bello, no?</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Design Emozionale e Minimalismo ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/minimalismo-e-design-emozionale ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Nell&#39;attivit&agrave; creativa il termine&nbsp;<em>Minimalismo</em>&nbsp;allude ad una estrema scarnificazione dei mezzi espressivi e a una conseguente austerit&agrave; formale.&nbsp;<br />Eppure il&nbsp;<strong>Minimalismo</strong>&nbsp;rimane qualcosa di diverso dalle tante tendenze che si sono succedute e spesso accavallate negli ultimi decenni.&nbsp;<br />Nel design parlando di minimalismo non si pu&ograve; far a meno di palrare di&nbsp;<strong>Design Emozionale</strong>: questo termine &egrave; stato coniato da Donald Norman nel libro "Emotional Design".&nbsp;<br />Per design emozionale si intende uno specifico punto di vista nell&#39;ambito del design che prende in considerazione l&#39;aspetto emotivo del rapporto persona-oggetto.&nbsp;<br />Per questo motivo &egrave; considerato un aspetto dello user centered design.&nbsp;<br />Il design emozionale suddivide la sua analisi in tre aspetti che vanno bilanciati correttamente:&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><h2><strong>1. Design Viscerale</strong></h2><p>"&egrave; quello che fa la natura" (p. 64). Si tratta di un design semplice, attraente e piacevole indipendentemente dal background culturale. E&#39; legato all&#39;impatto viscerale immediato che si ha nei confronti di un oggetto, piacevole perch&eacute; &lsquo;affine&#39; alla nostra stessa natura.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>2. Design Comportamentale</strong></h2></strong><p>"&egrave; tutto basato sull&#39;utilizzo" (p. 68). E&#39; l&#39;ambito del design solitamente coperto dall&#39;usabilit&agrave;. Norman definisce quattro caratteristiche: funzione, comprensibilit&agrave;, usabilit&agrave;, sensazione fisica. E&#39; quello trattato nel suo libro "La Caffettiera del Masochista" ("The Design of Everyday Things").</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>3. Design Riflessivo</strong></h2></strong><p>"&egrave; legato al messaggio, alla cultura e al significato" (p. 82). Prende in considerazione l&#39;aspetto di significato personale e sociale che un particolare design ha. L&#39;utilizzo di uno stile identificher&agrave; un prodotto con la categoria sociale che fa uso di quello stile e si caricher&agrave; di significato di conseguenza.</p><br /><p>&nbsp;</p><p>In definitiva possiamo dire che la caratteristica principale di questo stile &egrave; quello di portare un soggetto ai suoi minimi termini, eliminando qualsiasi elemento che possa in qualche modo distogliere l&#39;attenzione, creare rumore, dal messaggio che si vuole veicolare.&nbsp;<br />Il principio di riferimento diventa quindi un eloquente&nbsp;<strong>LESS IS MORE</strong>&nbsp;i cui elementi principali diventano:</p><p>&nbsp;</p><strong><h3><strong>1. semplicita&#39;</strong></h3></strong><p>intesa come assenza di elementi inutili o ridondanti al fine della comunicazione: il contenuto assume un ruolo centrale, e tutto quello che &egrave; superfluo o ridondante viene eliminato</p><strong><h3><strong>2. uso</strong>&nbsp;degli&nbsp;<strong>elementi tipografici</strong></h3></strong><p>per guidare la fruizione dell&#39;utente: margini, allineamento e gerarchia visiva per strutturare il messaggio. I font e le parti testuali assumono interesse visivo, e aiutano l&#39;utente nell&#39;individuare le parti importanti del contenuto</p><strong><h3><strong>3. utilizzo</strong>&nbsp;dello&nbsp;<strong>spazio bianco</strong>&nbsp;(whitespace)</h3></strong><p>consentendo di separare gli elementi e di focalizzare l&#39;attenzione dell&#39;utente su determinate aree della pagina. Questo &egrave; ancora pi&ugrave; vero, se agli elementi vengono applicati altri principi di design, quali la proporzione, l&#39;enfasi in modo da definire dei chiari e facilmente distinguinguibili percorsi visivi.</p><strong><h3><strong>4. uso essenziale della grafica</strong></h3></strong><p>&egrave; infatti sbagliato considerare minimalisti solo i siti in cui &egrave; stata elimanata del tutto la componente grafica o in bianco e nero. L&#39;importatnte &egrave; che questa non distragga dal messaggio centrale che si desidera proporre, ma che aiuti la navigazione dell&#39;utente tra i contenuti del sito.</p><br /><p><font class="Apple-style-span" color="#808080">I contenuti e le notizie riportate in questo articolo sono state tratte dalla rete</font></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Scegliere il nome della propria azienda ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/scegliere-il-nome-della-propria-azienda ]]></link>
      <description><![CDATA[ <h3>I latini dicevano "Nomina sunt Omina", ed esprimevano, in questo modo la loro convinzione, secondo la quale ogni nome &egrave; un ponte sonoro tra l&#39;uomo e la realta&#39;: un presagio che evoca immagini, sensazioni, emozioni, e pensieri. Il nome &egrave; l&#39;energia che l&#39;uomo incanala in un veicolo fonico.</h3><p>La denominazione aziendale, la ragione sociale, o pi&ugrave; comunemente il nome della nostra azienda &egrave; il fulcro intorno al quale sviluppiamo il nostro core business. Obiettivo principale di tale denominazione &egrave; appunto la comunicazione che deve, nel bene o nel male, trasmettere un messaggio sia ai nostri clienti (ovvero ai consumatori dei nostri prodotti) che ai nostri collaboratori (che vanno dai fornitori ai partners, passando per i dipendenti, gli amici e i familiari).<br />L&#39;universo di persone che entrano o che sfiorano la nostra attivit&agrave; deve essere colpito, abbagliato, stupefatto da tale nome, e dal messaggio comunicativo che questo deve racchiudere.<br /><br />Quando scegliamo il nome della nostra prossima attivit&agrave;, quindi, la prima cosa che dobbiamo tenere in considerazione &egrave; l&#39;evolversi nel tempo (breve o lungo che sia) della stessa. Se la nostra attivit&agrave; assumesse un&#39;importanza ed un potere di mercato che non avevamo studiato potrebbe essere difficile adeguarsi nel modo giusto, essendo legati ad una denominazione che ci potrebbe risultare troppo stretta e che potrebbe non avere quel potere comunicativo di cui avremo bisogno.<br /><br /><strong>Ad esempio,</strong>&nbsp;se siamo in procinto di avviare un&#39;attivit&agrave; di ristorazione, o pi&ugrave; semplicemente una pizzeria, e se questa magari fosse situata in una piazza importante, il primo nome che potrebbe venirci in mente, di sicuro sarebbe qualcosa del tipo "pizzeria piazza Dante". Pensiamo ora alle conseguenze che tale nome comporterebbe se decidessimo di creare un franchising, o di aprire una catena di pizzerie nella stessa o in altre citt&agrave; d&#39;Italia. Tutte richiederebbero una piazza egualmente intitolata allo stesso autore.&nbsp;<br /><br />Sconsiglio, dunque, di usare nomi del tipo&nbsp;<strong>"Pizza in Piazza"</strong>&nbsp;(la nostra seconda pizzeria potrebbe trovarsi in una comune via), o&nbsp;<strong>"Pizzeria Piazza Centrale"</strong>&nbsp;o, ancora,<strong>"Pizzeria del Corso</strong>". E se volessimo invece aprire una caffetteria? Quanti&nbsp;<strong>"Caff&egrave; degli Artisti"</strong>&nbsp;e quanti&nbsp;<strong>"Bar Centrale"</strong>&nbsp;conoscete?&nbsp;<br />Io personalmente, ne conosco diversi!<br /><br />Questi sono gli esempi classici che faccio quando mi chiedono consigli sul nome da dare alla propria attivit&agrave;, accompagnando e correlando tali giochi di parole con delle serie ed efficaci considerazioni:</p><p>&nbsp;</p><h2><strong>pensare in grande</strong></h2><p>Capita molto spesso di sottovalutarsi, o di sottovalutare ci&ograve; che potrebbe essere quello che ancora non &egrave;. Tornando al caso del Bar Centrale, anche se avete una certa et&agrave; o una voglia di mettervi in gioco apparentemente limitata, non lasciatevi persuadere dalla convinzione che non aprirete mai una seconda attivit&agrave;. Come si dice, l&#39;appetito vien mangiando: meglio, quindi, preparare un piatto pi&ugrave; grande.</p><p>&nbsp;</p><h2><strong>pensare al target e al business collaterale</strong></h2><p>Non &egrave; detto che un&#39;azienda che oggi produce o vende reti ortopediche in futuro non decida di ampliare il suo catalogo prodotti inserendovi anche cuscini, materassi e coperte. Aprire oggi un negozio di cravatte non significa precludere in futuro la vendita di cappelli, berretti, sciarpe e guanti.&nbsp;<br />Una ipotetica &#39;attivit&agrave; informatica chiamata&nbsp;<strong>"Hardware Store"</strong>&nbsp;che si occupa di vendita ed assistenza di personal computers, potrebbe in un futuro prossimo trovare qualche difficolt&agrave; nel proporsi ai propri clienti e nell&#39;imporsi sul mercato come softwarehouse rispetto ad un&#39;azienda titolata, ad esempio,&nbsp;<strong>"Easy Tech"</strong>.<br /><br />Un potenziale cliente, deciderebbe dunque di affidarsi ad un&#39;azienda con un nome pi&ugrave; software e meno hardware per il suo programma gestionale, o meglio ancora, ad un&#39;azienda che nel nome non abbia alcun riferimento.<br />La famosissima&nbsp;<strong>Buffetti</strong>, vende accessoristica per ufficio, tavoli, sedie, tagliacarte, borse e postit, ma &egrave; famosa per i suoi ottimi e costosi software gestionali, l&#39;intramontabile<strong>Apple</strong>&nbsp;vende sia software che periferiche. E sia&nbsp;<strong>Buffetti</strong>&nbsp;che&nbsp;<strong>Apple</strong>, non hanno nel loro nome alcun riferimento ad uno dei prodotti che commercializzano.<br /><br /><strong>Diciamo dunque, che associare un prodotto od un termine descrittivo al nome dell&#39;azienda potrebbe rivelarsi un passo falso in previsione di una evoluzione del proprio core business.</strong><br /><br />Altre volte, poi, l&#39;evoluzione dei vari settori merceologici pu&ograve; far s&igrave; che la nostra denominazione societaria diventi... obsoleta.<br /><br />Se fino ad ora abbiamo venduto le nostre camice nel nostro rinomato "Nara Camicie" potremmo incontrare qualche difficolt&agrave; nel proporci come venditori di pantaloni, scarpe o vestiti da cerimonia.</p><p>&nbsp;</p><h2><strong>badare alla pronuncia del nome</strong></h2><p>Il nostro nome non deve essere frainteso, in nessun caso, e dovr&agrave; essere facilmente riconoscibile quando viene pronunciato al telefono. Non devono esistere possibilit&agrave; di fraintendimenti e ostacoli nella pronuncia del nome di un&#39;azienda, tanto meno quando dovremo pronunciarlo al telefono.<br /><br />C&#39;&egrave; chi opta per le iniziali dei soci o del titolare. Nulla di pi&ugrave; sbagliato. Il risultato spesso si traduce in una rivisitazione distorta dello stesso da parte dei clienti, dei fornitori o peggio ancora dei dipendenti stessi.</p><p>Pronunciare&nbsp;<strong>"Vierre"</strong>&nbsp;e sentirsi chiamare<strong>&nbsp;"Bierre"</strong>, dire&nbsp;<strong>"Diemme"</strong>&nbsp;e sentirsi rispondere&nbsp;<strong>"Dienne"</strong>&nbsp; non ci aiuta di certo a rimanere impressi!<br /><br />Di sicuro non c&#39;&egrave; nulla di pi&ugrave; imbarazzante che ripetere il nome della propria azienda due volte mentre si sta stringendo la mano ad un potenziale cliente, o clienti che a telefono distorcono la pronuncia della nostra ragione sociale perch&egrave; non ricordano come ci chiamiamo, per non parlare poi degli impiegati con leggeri difetti di pronuncia: potrebbero rovinare la nostra azienda!&nbsp;<br />Oltretutto, se siamo in presenza di una&nbsp;<strong>srl</strong>, di una&nbsp;<strong>spa</strong>, o di una&nbsp;<strong>sas</strong>, dobbiamo fare in modo che il nome non interferisca in nessun modo con la sigla di appartenenza, e soprattutto sia prescindibile da essa.<br /><br />Prima di decidere qualsiasi cosa, tuttavia, sarebbe opportuno fare una ricerca presso la Camera di Commercio, all&#39;Ufficio Italiano Brevetti e Marchi per evitare di utilizzare nomi esistenti o che differiscano soltanto per qualche lettera o qualche preposizione della ragione sociale.<br />Altro suggerimento, &egrave; quello di cercare su Internet. Considerando che in questi tempi moderni la presenza sul web &egrave; fondamentale, preoccupiamoci di scegliere una denominazione che non sia in uso, o che comunque non sia confondibile con nessun altra.</p><p>&nbsp;</p><h2>ricapitolando:</h2><p><strong>1.&nbsp;</strong>il nome deve essere associato al core business nella giusta misura ed in previsione di ampliamenti d evoluzioni;<br /><br /><strong>2.&nbsp;</strong>il nome deve essere breve nei limiti del possibile;<br /><br /><strong>3.&nbsp;</strong>il nome deve essere mnemonico, facile da leggere e pronunciare sia in italiano che nelle altre lingue;<br /><br /><strong>4.&nbsp;</strong>il nome non deve essere offensivo o richiamare concetti blasfemi ed equivocabili;<br /><br /><strong>5.&nbsp;</strong>il nome deve poter essere associato ad un elemento reale ed associabile ad esso;<br /><strong><br />6.&nbsp;</strong>&egrave; opportuno evitare iniziali ma non giochi di parole, l&#39;importante &egrave; che filino: ad esempio&nbsp;<em><strong>Accenture</strong></em>&nbsp;deriva da&nbsp;<strong>Accen</strong>t on the Fu<strong>ture</strong>&nbsp;e&nbsp;<em><strong>Adidas</strong></em>&nbsp;dal nome del fondatore Adolf (<strong>Adi</strong>)&nbsp;<strong>Das</strong>sler; il signor&nbsp;<strong>Co</strong>vone che si occupa di&nbsp;<strong>Mi</strong>surazioni e rilievii&nbsp;<strong>Tec</strong>nologici potrebbe chiamarsi&nbsp;<strong><em>Comitec.</em></strong><br /><br /><strong>7.&nbsp;</strong>il nome pu&ograve; essere studiato partendo da nomi di personaggi storici o da derivazioni latine e greche, giocando sempre sul proprio core business;&nbsp;<br /><br /><strong>8.&nbsp;</strong>il nome deve essere il pi&ugrave; possibile&nbsp;<strong>originale</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>fantasioso</strong>.</p> ]]></description>
    </item>
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      <title><![CDATA[ Sql e code injection, ma anche no! ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/sql-e-code-injectipn-cosa-sono-e-come-difendersi ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Wikipedia dice che la SQL injection &egrave; una tecnica dell&#39;hacking mirata a colpire le applicazioni web che si appoggiano su un database di tipo SQL e che sfrutta l&#39;inefficianza dei controlli sui dati ricevuti. (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/SQL_injection" target="_blank" title="sql injection">continua a leggere su Wikipedia</a>)<br /><br />Io dico che la&nbsp;<strong>SQL injection</strong>&nbsp;(ed allo stesso modo il<strong>Code injection</strong>) sono una vera e propria<strong>seccatura</strong>.<br /><br />Ad ogni modo, questo tipo di attacco pu&ograve; essere prevenuto prestando un p&ograve; di attenzione al codice che si scrive.<br /><br />Per cominciare diciamo che per proteggersi dalla SQL injection &egrave; necessario filtrare i seguenti caratteri:</p><p><cite>; -- + &#39; ( ) = > < @</cite></p><p><br />e le seguenti parole SQL dedicate:</p><p><cite>SELECT, INSERT, CREATE, DELETE, FROM, WHERE, OR, <br />AND, LIKE, EXEC, SP_, XP_, SQL, ROWSET, OPEN, <br />BEGIN, END, DECLARE&nbsp;</cite></p><p><br />poi, spiegher&ograve; come e perch&egrave;.</p><p>&nbsp;</p><h2>i database<br /></h2><p>I&nbsp;<strong>DataBase</strong>&nbsp;costituiscono il fulcro dei nostri&nbsp;<strong>siti web dinamici</strong>, pertanto sono la parte pi&ugrave; importante e pi&ugrave; a rischio dei nostri progetti.<br /><br />Gli hackers, tuttavia, attratti dalle informazioni (spesso confidenziali) che contengono i database, amano mettersi alla prova per scoprirne i&nbsp;<strong>bug</strong>&nbsp;(nel migliore dei casi) oppure danneggiarli e rubarne il contenuto.<br /><br />Esistono diverse tipologie di database, che hanno sviluppato una loro&nbsp;<strong>specifica sintassi</strong>: i database pi&ugrave; conosciuti sono: Access, MySql, SqlServer, Oracle, Interbase, Postgres.</p><p>&nbsp;</p><h2>le query<br /></h2><p>Le&nbsp;<strong>query</strong>, letteralmente interrogazioni, sono quelle istruzioni che uno sviluppatore usa per&nbsp;<strong>leggere</strong>,&nbsp;<strong>scrivere</strong>&nbsp;o&nbsp;<strong>eliminare dati</strong>&nbsp;ad un a tabella in un database e spesso per passare in visualizzazione il risultato di tali operazioni.<br /><br />Una query standard &egrave; del tipo:</p><p><cite>SELECT * FROM TABELLA</cite></p><p><br />che letteralmente sta per "seleziona tutti i campi dalla tabella". E&#39; possibile, tuttavia filtrare la ricerca e renderla pi&agrave; specifica aggiungendo altre istruzioni ed addirittura ordinarle in un qualsiasi modo:</p><p><cite>SELECT CAMPO1, CAMPO2, CAMPO3 <br /><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>FROM TABELLA <br /><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>WHERE CAMPO2 = &#39;criterio_ricerca&#39; <br /><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span">	</span>ORDER BY CAMPO1 ASC</cite></p><p><br />che letteralmente vuol dire "seleziona&nbsp;<strong>CAMPO1</strong>,&nbsp;<strong>CAMPO2</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>CAMPO3</strong>&nbsp;dalla tabella dove il&nbsp;<strong>CAMPO2</strong>&nbsp;&egrave; uguale a&nbsp;<strong>&#39;criterio_ricerca&#39;</strong>&nbsp;ordinando i risultati in maniera crescente per CAMPO1"<br />e possibile collegare pi&ugrave; filtri di ricerca usando le condizioni&nbsp;<strong>AND</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>OR</strong>&nbsp;oppure combinare pi&ugrave; query insieme usando la funzione&nbsp;<strong>JOIN</strong>.<br /><br />Ora, chi legge questo articolo per trovare una risposta agli attacchi&nbsp;<strong>SQL e CODE injection</strong>, non deve pensare che io sia andato fuori tema, oppure non deve considerare quanto detto fino ad ora come un inutile prologo o una pesante introduzione: quanto detto fino ad ora &egrave; di fondamentale importanza per capire come avvengono gli attacchi e come prendere le dovute precauzioni.</p><p>&nbsp;</p><h2>attacchi di tipo injection<br /></h2><p>Il principio fondamentale su cui si basa questo tipo di attacchi &egrave; molto semplice, e lo si legge gi&agrave; nella parola che li contraddistingue:&nbsp;<strong>injection</strong>&nbsp;vuol dire "<strong>iniezione</strong>", introduzione, cio&egrave; di codice esterno attraverso istruzioni SQL.<br /><br />Ma come si fa ad introdurre del codice attraverso le pagine web?&nbsp;<br />E&#39; molto pi&ugrave; semplice di quanto si possa pensare: nelle aree di testo dove inseriamo le keys per effettuare una ricerca, nel form di autenticazione di un sito.&nbsp;<br /><br />Si possono addirittura introdurre pagine intere di codice dannoso sfruttando ad esempio i form di upload per caricare le foto o i files ed ultimo, ma non ultimo attraverso gli&nbsp;<strong>indirizzi URL</strong>.</p><p>&nbsp;</p><h2>sql injection<br /></h2><p>Immaginiamo uno scenario classico dove attraverso uno script stiamo cercando dei dati in un database: partiamo dunque da una&nbsp;<strong>TextBox</strong>&nbsp;nel quale abbiamo inserito la parola "<strong>pippo</strong>" per cercare tutti gli utenti con quel nome:</p><p><cite style="background-color: #ffffff"><%<br />dim camponome &#39;dichiaro la variabile<br />camponome = Request.Form("camporicerca")<br />&nbsp;&#39;recupero la parola chiave inserita dall&#39;utente<br /><br />sql = "SELECT * FROM TABELLA WHERE NOME = " & camponome & " "<br />set RS = conn.Execute(sql) &#39;eseguo l&#39;istruzione SQL<br />%></cite></p><p><br />In esecuzione la query eseguita sar&agrave;:</p><p><cite>SELECT * FROM TABELLA WHERE NOME = PIPPO</cite></p><p><br />Ma cosa succederebbe se l&#39;utente inserisse al posto di &#39;pippo&#39; l&#39;istruzione "<strong>; DROP TABELLA;</strong>" ?<br /><br />In esecuzione la query diventerebbe:</p><p><cite>SELECT * FROM TABELLA WHERE NOME = ; DROP TABELLA;</cite></p><p><br />in pratica avremo come risultato tutti quei campi che hanno come campo nome un valore vuoto e avremo cancellato la tabella chiamata&nbsp;<strong>TABELLA</strong>.<br /><br />E&#39; possibile usare questo sistema per aggiungere valori alla tabella, per cancellarla, per svuotarla e per far risultare vere istruzioni che non lo sono,&nbsp;<strong>riuscendo cos&igrave; ad accedere alle aree riservate</strong>&nbsp;del sito.<br /><br />Va detto tuttavia, che non &egrave; semplicissimo per un hacker usare questo tipo di attacco per due motivi fondamentali: innanzitutto bisognerebbe che l&#39;attacker conoscesse i nomi delle tabelle del nostro database, e poi, che avesse gli opportuni permessi per agire.<br /><br />Per proteggerci da questo tipo di attacchi, comunque, &egrave; sufficiente&nbsp;<strong>filtrare</strong>&nbsp;i codici in entrata attraverso una funzione che possiamo scrivere, includere nelle pagine e richiamare ogni volta che ci serve.<br />Utilizzeremo la funzione, non soltanto per questo tipo di attacco, ma ogni volta che riceveremo dati in ingresso, per "<strong>pulirli</strong>" e per stare in pace con la coscienza!</p><p><cite style="background-color: #ffffff"><%<br />Function FixSQL(stringa)&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "&#39;", "&#39;&#39;")&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "%", "[%]")&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "[", "[[]")&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "]", "[]]")&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "_", "[_]")&nbsp;<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp; stringa = Replace(stringa, "#", "[#]")&nbsp;<br />FixSQL = stringa&nbsp;<br />End function&nbsp;<br />%></cite></p><p><br />In questo modo, tornando all&#39;esempio precedente:</p><p><cite><%<br />camponome = FixSQL(Request.Form("camporicerca"))<br />%></cite></p><p><br />Nell&#39;esempio abbiamo filtrato solo alcuni caratteri, ma sarebbe opportuno creare una funzione in grado di filtrare tutti i caratteri&nbsp;<strong>SQL dedicati</strong>&nbsp;(alcuni dei quali li abbiamo visto all&#39;inizio) e tutte le parole che potrebbero compromettere i nostri database.<br /><br />Questo discorso &egrave; validissimo anche se parliamo di&nbsp;<strong>URL</strong>&nbsp;con variabili di pagine dinamiche.&nbsp;<br /><br />In questo caso i dati non vengono presi dal form in entrata, ma direttamente dall&#39;URL: non &egrave; l&#39;utente ad effettuale la ricerca, ma siamo noi, in prima persona a passare le variabili.<br /><br />Facciamo un esempio concreto: supponiamo di aver realizzato una pagina&nbsp;<strong>news.asp</strong>con un elenco di notizie prese dal database.&nbsp;<br /><br />Per comodit&agrave; abbiamo deciso di mostrare solo i&nbsp;<strong>titoli</strong>, e cliccandoci sopra andremo in una&nbsp;<strong>pagina dedicata</strong>&nbsp;con la notizia per intero:</p><p><cite><%=titolonotizia%></cite></p><p><br />che in visualizzazione sar&agrave;:</p><p><cite>Pippo vince alla lotteria</cite></p><p><br />L&#39;utente cliccando su "Pippo vince alla lotteria" andr&agrave; in questa pagina:</p><p><cite>http://www.miosito.it/pag.asp?id=186</cite></p><p><br />All&#39;interno di quella pagina noi raccoglieremo il dato attraverso l&#39;istruzione<strong>Request.QueryString</strong>&nbsp;e poi effettueremo una ricerca nel database:</p><p><cite style="background-color: #ffffff"><%<br />dim idnews &#39;dichiaro la variabile<br />idnews = Request.QueryString("id") &#39;recupero il valore passato in querystring<br /><br />sql = "SELECT * FROM NEWS WHERE ID = " &idnews& " "<br />set RS = conn.Execute(sql) &#39;eseguo l&#39;istruzione SQL<br />%></cite></p><p><br />In esecuzione la query eseguita sar&agrave;:&nbsp;</p><p><cite>SELECT * FROM NEWS WHERE ID = 186</cite></p><p><br />Ma cosa succederebbe se manipolassimo la query aggiungendo ad esempio "<strong>+ 1</strong>" all&#39;URL?<br /><br />In esecuzione la query diventerebbe:&nbsp;</p><p><cite>SELECT * FROM NEWS WHERE ID = 186 + 1</cite></p><p><br />Il sistema restituirebbe la news con&nbsp;<strong>ID = 187</strong>, e il nostro codice sarebbe tutt&#39;altro che sicuro.&nbsp;<br /><br />Proviamo a pensare a cosa succederebbe se l&#39;URL venisse manipoato nel seguente modo:</p><p><cite>http://www.miosito.it/pag.asp?id=186 union select nomeutente, password from logintable</cite></p><p><br />Ammesso che la tabella contenente i dati di accesso si chiami&nbsp;<strong>logintable</strong>&nbsp;ed i campi di accesso si chiamino&nbsp;<strong>nomeutente</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>password</strong>, verrebbe stampato a video anzich&egrave; la news che ci aspettiamo i dati di accesso alla nostra area riservata.&nbsp;<br /><br />A quel punto, possiamo aspettarci qualsiasi cosa!<br /><br />Infine, per concludere il capitoletto sulle iniezioni dannose, proviamo a fare su google la seguente ricerca, scriviamo:</p><p><cite>inurl:it/upload filetype:asp</cite></p><p><br />Abbiamo appena detto a Google di cercare tutte quelle pagine in ASP (filetype:asp) nel cui URL ci sia it/upload (inurl:it/upload).<br /><br />Ora sappiamo che solitamente la cartella&nbsp;<strong>UPLOAD</strong>&nbsp;la si usa per caricare foto, video, documenti ed altro, e per questo motivo possiede i permessi in scrittura.&nbsp;<br /><br />Se noi quindi abbiamo realizzato una pagina che permette all&#39;utente di caricare online il proprio curriculum vitae tale pagina user&agrave; un file che andr&agrave; a scrivere nella cartella UPLOAD il curriculum vitae caricato.<br /><br />Ora pensiamo che invece di un curriculum vitae, un&nbsp;<strong>attacker</strong>&nbsp;carichi online una pagina web ASP o ASPX che&nbsp;<strong>recuperi dinamicamente tutte le informazioni relative al nostro database</strong>, i percorsi, le tabelle, i permessi, e tutto il resto.<br /><br />Gli avremmo dato, in questo modo non soltanto il pieno controllo del nostro sito web, ma addirittura il controllo su&nbsp;<strong>tutti i siti web presenti sul server</strong>.<br /><br />Per evitare tutto questo usiamo i soliti controlli, e prima di memorizzare o di uploadare qualsiasi cosa assicuriamoci che l&#39;estensione del file sia esattamente quella che deve essere.<br /><br />Controlliamo ad esempio che:</p><p><cite style="background-color: #ffffff"><%<br />if right(nomefile,4) <> ".jpg" then<br />response.write "Il file che stai cercando di caricare non &egrave; un&#39;immagine."<br />response.write "Puoi caricare solo files con estensione .jpg"<br />response.end<br />end if<br />%></cite></p><p>&nbsp;</p><h2>xss: cross-site scripting</h2><p>Meglio conosciuto come script injection o code injection consiste nell&#39;introdurre nelle pagine dei nostri siti web (sia statici che dinamici) script in&nbsp;<strong>javascript</strong>, o&nbsp;<strong>VBScript</strong>&nbsp;in grado di alterare il comportamento di una pagina web.<br /><br />Ma passiamo alla pratica: abbiamo il nostro&nbsp;<strong>blog</strong>, con i&nbsp;<strong>commenti</strong>&nbsp;degli utenti. Immaginiamo che un utente invece di scrivere il commento inserisca qualcosa del tipo:</p><p><cite>location=&#39;http://www.nostrosito.it/&#39;;</cite></p><p><br />In questo modo, chiunque aprir&agrave; i commenti del nostro articolo sar&agrave; reindirizzato verso si sitoweb www.nostrosito.it<br /><br />Questo esempio, che a prima vista sembra poco dannoso, pu&ograve; essere sfruttato ad esempio per reindirizzare gli ignari visitatori presso una pagina del tutto simile a quella originale, ma che in realt&agrave; &egrave; in grado di&nbsp;<strong>leggere e memorizzare i cookie rilasciati dagli utenti</strong>, che li pu&ograve; spingere a riautenticarsi memorizzando nome utente e password, a lasciare il proprio indirizzo e-mail e chi pi&ugrave; ne ha pi&ugrave; ne metta.<br /><br />Per difenderci da questi attacchi, la soluzione pi&ugrave; semplice &egrave; qella di conrollare sempre il contenuto proveniente dall&#39;esterno ed assicurarci che non ci siano tag o caratteri speciali che potrebbero compromettere le nostre pagine web.<br /><br />Facciamo riferimento alla funzione&nbsp;<strong>injectionControl</strong>:</p><p><cite style="background-color: #ffffff"><%<br />Function injectionControl(str)<br />&nbsp;&nbsp; Dim tmpstr&nbsp;&#39; variabile temporanea<br />&nbsp;&nbsp; tmpstr = str&nbsp;&#39;valore parametro della funzione<br /><br />&nbsp;&nbsp; tmpstr = replace(tmpstr, "", "")&nbsp;&#39;elimino il tag <br />&nbsp;&nbsp; tmpstr = replace(tmpstr, "", "")&nbsp;&#39;elimino il tag <br /><br />&nbsp;&nbsp; injectionControl = tmpstr&nbsp;&#39;restituisco l&#39;output della funzione<br />End function<br />%></cite></p><p><br />In questo modo abbiamo banalmente elimintato i tag&nbsp;&nbsp;e&nbsp;&nbsp;presenti nel codice esterno.<br /><br />Naturalmente, per la serie "i controlli non sono mai troppi", possiamo attraverso javascript, o codice lato server intervenire addirittura prima ancora di salvare o inviare i dati.<br /><br />Se ci aspettiamo un input numerico, ad esempio potremmo usare la funzione ASP<strong>isnumeric()</strong>&nbsp;o controllare una mail attraverso una&nbsp;<strong>RegExp</strong></p><p>&nbsp;</p><h2><font class="Apple-style-span" color="#FF0000">Attenzione!!!</font></h2><p>I contenuti riportati in questo articolo non vogliono in nessun modo esortare i lettori a provare ad attaccare siti ed applicazioni web.<br />Lo scopo, infatti, &egrave; quello di rendere sviluppatori ed utenti consapevoli dei rischi cui si pu&ograve; incorrere navigando in internet.<br />Il linguaggio tecnico dell&#39;articolo fa riferimento al linguaggio server ASP, ma vale per tutti gli altri linguaggi di programmazione comuni.<br />Gli spunti e gli esempi, oltre che dall&#39;esperienza personale, sono stati tratti dalla rete.</p><p>&nbsp;</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Guida all'uso di una fotocamera reflex [2] ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-all-uso-di-una-fotocamera-reflex-parte-due ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p><strong>Parte 2 - Introduzione</strong><br />Abbiamo iniziato a parlare, in questo articolo,&nbsp;<a href="../guida-all-uso-di-una-fotocamera-reflex.asp" title="guida all'uso di una fotocamera reflex">Guida all&#39;uso di una fotocamera reflex</a>, di come funziona una fotocamera e di come &egrave; possibile sfruttarla al 100%, conoscendone i principi fondamentali di funzionamento. Proseguiamo ora con questa seconda parte, dedicata ai programmi di scatto e alle impostazioni basilari della fotocamera.</p><strong>1. I programmi di scatto</strong><p>Il programma di scatto &egrave; la modalit&agrave; pratica con cui la fotocamera consente di gestire le coppie tempo/diaframma.&nbsp;<br /><strong>Qualsiasi reflex &egrave; dotata almeno dei seguenti programmi di scatto: programmato (P), a priorit&agrave; di tempi (Tv), a priorit&agrave; di diaframmi (Av), manuale (M).&nbsp;</strong><br /><br />In modalit&agrave;&nbsp;<strong>programmata</strong>, la fotocamera sceglie sia tempo sia diaframma, lasciando per&ograve; al fotografo la possibilit&agrave; di sovra o sotto-esporre e di cambiare la coppia tempo/diaframma impostata. Tipicamente, la pressione a met&agrave; corsa del pulsante di scatto attiva l&#39;esposimetro, che propone una coppia tempo/diaframma "centrale"; ruotando la ghiera principale in un senso o nell&#39;altro ci si sposta verso i due estremi della scala. &Eacute; un programma generico, valido per le occasioni pi&ugrave; comuni.&nbsp;<br /><br />In<strong>&nbsp;priorit&agrave; di tempi</strong>, il fotografo sceglie il tempo di posa a priori, e la macchina regoler&agrave; il diaframma di conseguenza (a patto ovviamente che sia possibile). &Eacute; la modalit&agrave; migliore per concentrarsi sul movimento del soggetto, sia che lo si voglia evitare (utilizzo di tempi brevi con soggetti in movimento per evitare il mosso) o evidenziare (utilizzo di tempi lunghi per un "panning").&nbsp;<br /><br />In&nbsp;<strong>priorit&agrave; di diaframma</strong>, al contrario, il fotografo sceglie il valore di apertura e la macchina, di conseguenza, il tempo. Controllando l&#39;apertura, e quindi la profondit&agrave; di campo, questa &egrave; la scelta pi&ugrave; indicata quando l&#39;area che risulter&agrave; a fuoco &egrave; essenziale, ad esempio per ritratti e paesaggi. Tutti questi programmi consentono, oltre alla scelta della coppia, di effettuare un&#39;eventuale compensazione dell&#39;esposizione.&nbsp;<br /><br />In modalit&agrave;&nbsp;<strong>manuale</strong>, infine, il fotografo sceglie manualmente sia tempo che diaframma, mentre la fotocamera da solo un&#39;indicazione di quanto si &egrave; lontani dal valore che lei ritiene corretto - tipicamente tramite un indicatore che si muove su una scala a zero centrale. Il lato destro della scala, compensazioni positive, corrisponde a sovraesposizioni.&nbsp;<strong>Ad esempio, passare da 250 - f/4 a 125 - f/4 o da 250 - f/4 a 250 - f/2.8 equivale a sovra-esporre di 1 stop. Viceversa per il lato sinistro della scala.</strong><br />La modalit&agrave; manuale, in generale poco pratica, ha il pregio di consentire scatti molto sovra o sotto-esposti, mentre la compensazione dell&#39;esposizione utilizzabile con altri programmi &egrave; in molti casi limitata a &plusmn; 2 stop; inoltre, non variando automaticamente n&eacute; tempo n&eacute; diaframma, consente di effettuare misurazioni con diverse inquadrature e ricomporre l&#39;immagine senza perdere l&#39;impostazione originaria, come spiegato a proposito degli esposimetri a media e dei controluce.&nbsp;<br /><br />Le compatte, e anche molte reflex, oltre a questi programmi di scatto ne aggiungono spesso molti altri, specifici per determinate situazioni (spiaggia/neve, notte, compleanno, fuochi artificiali, ritratto, paesaggio ecc).&nbsp;<strong>Questi hanno lo scopo di semplificare la vita al fotografo ma, in termini di possibilit&agrave; di scatto, non aggiungono nulla ai 4 programmi principali appena citati; in effetti, non fanno altro che applicare sommariamente i pochi concetti base fin qui esposti.</strong>&nbsp;Ad esempio, il programma spiaggia/neve effettuer&agrave; una sovraesposizione (sfondo chiaro equivale a controluce), notte utilizzer&agrave; i tempi pi&ugrave; lunghi a disposizione, altrimenti inibiti dalle compatte per evitare il mosso accidentale, ritratto utilizzer&agrave; una coppia con diaframma aperto e cos&igrave; via.&nbsp;</p><strong>2. La sensibilit&agrave; ISO</strong><p>Tornando per un attimo all&#39;analogia del bicchiere da riempire d&#39;acqua, la sensibilit&agrave; rappresenta la dimensione di quel bicchiere. Alta sensibilit&agrave; significa che sar&agrave; necessaria meno luce per ottenere la giusta esposizione. La sensibilit&agrave; si misura in&nbsp;<strong>ISO</strong>, e i valori pi&ugrave; comuni sono:&nbsp;<strong>50, 100, 200, 400, 800, 1600, 3200 ISO</strong>. Passando da una sensibilit&agrave; alla superiore, la luce necessaria si dimezza, il che equivale a dire che sar&agrave; necessario uno "stop" in meno.&nbsp;<br /><br /><strong>ISO</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 100 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;200&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; 400&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 800 &nbsp;&nbsp;&nbsp; 1600&nbsp;<br /><strong>Tempo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;15 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;30&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 60 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;125&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 250&nbsp;<br /><strong>Diaframma&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;f/4&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; f/4 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;f/4&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; f/4&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; f/4&nbsp;<br /><br />Supponendo di avere montato un obbiettivo di apertura massima f/4, passare da 100 ISO a 1600 ISO significa passare da 1/15 di secondo - cio&egrave; una foto quasi sicuramente mossa se non si utilizza un cavalletto - a 1/250 di secondo, un tempo di tutta sicurezza.<strong>Sembrerebbe, quindi, che utilizzare alte sensibilit&agrave; sia sempre consigliabile. In realt&agrave;, all&#39;aumentare della sensibilit&agrave; aumenta anche il "rumore" elettronico presente nella foto, che ne peggiora drasticamente la qualit&agrave;.</strong>&nbsp;In linea di massima, la sensibilit&agrave; va quindi regolata sul valore minimo che garantisca di poter utilizzare il tempo di sicurezza.&nbsp;<br /><br /><img src="../images/100ISO.jpg" alt="100 iso - giovanni sodano" width="335" height="324" /><br />100 ISO&nbsp;<br /><br /><img src="../images/3200ISO.jpg" alt="3200 iso - giovanni sodano" width="340" height="325" /><br />3200 ISO&nbsp;<br /><br />Un particolare di due immagini scattate a sensibilit&agrave; diverse (100 e 3200 ISO) con una EOS 10D. Notate come, nell&#39;immagine a 3200 ISO, la rosa appaia molto "sgranata".</p><strong>3. Micromosso e tempo di sicurezza</strong><p>Abbiamo accennato al fatto che, anche in presenza di soggetti immobili, come un paesaggio, esiste un tempo massimo "di sicurezza" che non &egrave; consigliabile superare senza l&#39;ausilio di un cavalletto per via dell&#39;inevitabile tremolio delle mani del fotografo (il cosiddetto "micromosso"), che in foto produce una perdita di nitidezza molto simile a quella prodotta da una messa a fuoco sbagliata.&nbsp;<strong>Tale tempo di sicurezza dipende ovviamente dalla "mano" del fotografo, ma anche (e questo vale per tutti) dalla lunghezza focale.</strong>&nbsp;Utilizzando un teleobbiettivo, il problema del micromosso &egrave; maggiore, perch&eacute; inquadrando un soggetto a distanza maggiore, lo stesso tremolio delle mani produrr&agrave; un effetto pi&ugrave; evidente. Come regola generale, si indica a volte nei corsi di fotografia di utilizzare un tempo massimo che &egrave; l&#39;inverso della focale, ad esempio non pi&ugrave; di 1/60 se si utilizza un 60 mm, non pi&ugrave; di 1/300 se si usa un 300mm. &Eacute; una regola probabilmente troppo severa, ma rende l&#39;idea.</p><strong>4. Bracketing</strong><p>Una funzione evoluta presente sulle fotocamere prosumer e molto utile &egrave; la cosiddetta esposizione a forcella, o "bracketing". Attivando questa opzione, la fotocamera, alla pressione del pulsante, scatter&agrave; non una, ma tre foto in rapida successione, con diversi valori di esposizione: una con l&#39;esposizione suggerita dell&#39;esposimetro, una sovraesposta e una sottoesposta di una quantit&agrave; impostata dal fotografo.&nbsp;<strong>&Eacute; una buona soluzione da utilizzare quando si &egrave; incerti della lettura esposimetrica o per la foto "importante" che non si pu&ograve; assolutamente sbagliare.</strong>&nbsp;In genere, le fotocamere attuali ammettono bracketing di &plusmn;2 stop con incrementi di 1/2 o 1/3 di stop. A seconda del programma impostato, la fotocamera modificher&agrave; il tempo (se si lavora a priorit&agrave; di diaframmi), il diaframma (se si lavora priorit&agrave; di tempi) o entrambi.&nbsp;<br />I modelli pi&ugrave; sofisticati consentono anche di effettuare il cosiddetto bracketing sulla sensibilit&agrave;, mantenendo la coppia tempo/diaframma e variando la sensibilit&agrave;.<br /><br /><img src="../images/bracketing.jpg" alt="L'impostazione di una esposizione a forcella con una EOS. Le due tacche in corrispondenza di &plusmn;1 stop indicano che il fotografo ha impostato un bracketing di questa entit&agrave;. - giovanni sodano" width="315" height="208" /><br />L&#39;impostazione di una esposizione a forcella con una EOS. Le due tacche in corrispondenza di &plusmn;1 stop indicano che il fotografo ha impostato un bracketing di questa entit&agrave;.<br /><br /><img src="../images/aeb1.jpg" alt="aeb 1 - giovanni sodano" width="265" height="177" /><br /><br /><img src="../images/aeb2.jpg" alt="aeb 2 - giovanni sodano" width="265" height="178" /><br /><br /><img src="../images/aeb3.jpg" alt="aeb 3 - giovanni sodano" width="261" height="177" /><br />Il risultato di un bracketing da 1/3 di stop.&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Dalla teoria alla pratica&nbsp;</strong><br /><br />Ora che conosciamo tutte le regolazioni essenziali della nostra fotocamera, vediamo come mettere in pratica quello che abbiamo imparato con la preparazione "virtuale" dei nostri primi scatti.</p><strong>1.&nbsp;</strong><strong>Fasi preliminari</strong><p>Prima di iniziare la sessione di scatto vera e propria, &egrave; necessario regolare alcuni parametri generici. Impossibile dare un&#39;indicazione precisa vista la quantit&agrave; di modelli in commercio, ma in genere queste regolazioni preliminari si effettuano tutte accedendo al menu principale. Qui mostriamo, a titolo di esempio, i menu delle fotocamere EOS, comunque indicativi anche per reflex di altre marche.&nbsp;<br /><br />La&nbsp;<strong>qualit&agrave; di registrazione dell&#39;immagine</strong>&nbsp;&egrave; senz&#39;altro uno dei pi&ugrave; importanti. Qualsiasi fotocamera mette a disposizione un certo numero di possibilit&agrave;, permettendo di intervenire su risoluzione e livello di compressione JPEG. Nel caso delle EOS, ad esempio, ci sono varie combinazioni tra tre risoluzioni (Large, Medium e Small) e due livelli di compressione, oltre al formato RAW...<br /><br />Ovviamente, maggiore &egrave; la qualit&agrave; impostata e minore sar&agrave; il numero di foto registrabili a parit&agrave; di capienza della scheda di memoria.&nbsp;<strong>A titolo di esempio, su una scheda da 1 GB, una EOS 20D da 8 Mpixel pu&ograve; registrare circa 250 foto alla massima qualit&agrave; JPEG, un numero tutt&#39;altro che trascurabile.</strong>&nbsp;Considerato ormai il prezzo abbordabile delle memoria da 1 GB, non ci sono molte ragioni per impostare una qualit&agrave; diversa dalla massima, almeno per le foto da stampare.<br /><br />Una di queste ragioni, probabilmente l&#39;unica rimasta, &egrave; la velocit&agrave;: alla massima qualit&agrave; il tempo di scrittura sulla memory card sar&agrave; maggiore (specie se si utilizza una scheda di memoria non velocissima), e di conseguenza il ritmo a cui si pu&ograve; scattare sar&agrave; ridotto. La scelta di una risoluzione inferiore pu&ograve; quindi essere una buona soluzione qualora si voglia scattare "a raffica".<br /><br />La modalit&agrave; di<strong>&nbsp;messa a fuoco</strong>&nbsp;&egrave; un altro parametro da regolare. Due, solitamente, le modalit&agrave; disponibili: singolo e continuo. Nel caso delle EOS, la modalit&agrave; singola si chiama One-Shot, ed &egrave; la modalit&agrave; pi&ugrave; adatta a soggetti fermi. La modalit&agrave; continua, che Canon chiama AI-Servo, segue i soggetti in movimento: mettendo a fuoco un soggetto, questo verr&agrave; "inseguito" se dovesse avvicinarsi o allontanarsi dal fotografo; funziona al meglio con soggetti in movimento a velocit&agrave; circa costante, dalle traiettorie prevedibili (ad esempio un auto su un circuito).&nbsp;<strong>Sulle EOS &egrave; poi a volte presente una terza modalit&agrave;, AI-Focus, che passa automaticamente dall&#39;una all&#39;altra quando si accorge che il soggetto sta iniziando a muoversi; &egrave; la scelta pi&ugrave; adatta per fotografare soggetti dal movimento imprevedibile (ad esempio un bambino che gioca)</strong>.<br /><br /><img src="../images/autofocus.jpg" alt="autofocus - giovanni sodano" width="370" /><br /><br />La scelta della modalit&agrave; di messa a fuoco tramite ghiera su una EOS 33V. La modalit&agrave; di selezione pu&ograve; variare in funzione del modello. La freccia indica il selettore per la messa a fuoco manuale, sul corpo dell&#39;obbiettivo.<br /><br />La&nbsp;<strong>sensibilit&agrave; ISO</strong>, come gi&agrave; detto, dovrebbe essere impostata al valore pi&ugrave; basso possibile, compatibilmente con l&#39;esigenza di ottenere tempi di scatto che evitino il micromosso.&nbsp;<strong>Nella maggior parte dei casi, valori fino a 400 ISO danno buoni risultati, mentre valori superiori sono "a rischio" di degrado della qualit&agrave; dell&#39;immagine, specie con fotocamere compatte&nbsp;</strong>- quindi con sensore di dimensione ridotta -<strong>&nbsp;da 8 Mpixel e oltre</strong>. Maggiore la risoluzione del sensore a parit&agrave; di dimensioni, infatti, maggiore sar&agrave; il problema del rumore ad alta sensibilit&agrave;.<br /><br /><img src="../images/sceltaiso.jpg" alt="scelta iso - giovanni sodano" width="370" /><br /><br />Essendo un parametro da modificare con una certa frequenza, sui corpi macchina pi&ugrave; sofisticati &egrave; presente una regolazione veloce della sensibilit&agrave;, che non costringe a entrare nel menu di impostazione.</p><strong>2. Bilanciamento del bianco</strong><p>Ultimo parametro da regolare, il bilanciamento del bianco. Come noto, il sensore reagisce diversamente alla luce, a seconda della sua lunghezza d&#39;onda. Noi non ci accorgiamo di questa differenza perch&eacute; il nostro cervello effettua una sorta di compensazione automatica, facendoci percepire gli oggetti bianchi sempre bianchi a prescindere dalla luce che li illumina, ma per le fotocamere non &egrave; cos&igrave;.&nbsp;<strong>Il tipo di luce viene classificato in base alla sua temperatura colore, in una scala che si misura in gradi Kelvin (K) e va (per quanto concerne la fotografia) da circa 3000K (luce artificiale delle lampadine a incandescenza) a 7000K (cielo nuvoloso e zone d&#39;ombra).</strong>&nbsp;Il centro di questa scala pu&ograve; essere considerato 5500K, temperatura della luce solare a mezzogiorno. A basse temperature prevalgono i rossi, ad alte temperature prevalgono i blu. Se tarassimo la macchina fotografica per 5500K e fotografassimo alla luce di una lampadina, tutto apparirebbe giallo/rossastro; se fotografassimo all&#39;esterno, all&#39;ombra, tutto apparirebbe azzurro.&nbsp;<br /><br />&Eacute; compito del fotografo impostare la macchina per la giusta temperatura, e questo pu&ograve; essere fatto in 3 modi: impostando il bilanciamento automatico, scegliendo un preset o manualmente.&nbsp;<strong>L&#39;uso del bilanciamento automatico non richiede particolari commenti, se non che ogni fotocamera ha i suoi punti deboli, e non sempre il bilanciamento automatico fa il suo lavoro a dovere</strong><br />. Ad esempio, il bilanciamento automatico con le EOS 10D e 20D in presenza di luce a incandescenza restituisce dominanti rosse.&nbsp;<br /><br />Pi&ugrave; faticosa, ma generalmente preferibile, la scelta di un preset. Alcuni preset tipicamente presenti sono: sole, giorno (5500K); ombra (7000-7500K); cielo nuvoloso, crepuscolo, tramonto (6000K); neon, luce fluorescente (4000K); luce a incandescenza, tungsteno (3000K).&nbsp;<strong>Purtroppo, nemmeno con i preset si riesce sempre a ottenere il risultato desiderato.</strong>&nbsp;Si pensi ad esempio alla luce al neon: esistono neon con temperature colore molto diverse tra loro, e una generica impostazione "neon", tipicamente tarata a 4000K, non pu&ograve; soddisfare tutte le esigenze.&nbsp;<br /><br />In alcuni casi le fotocamere sono allora dotata di un bilanciamento personalizzato, che consiste nel fotografare un soggetto bianco (una parete, un foglio di carta) e di impostare il bilanciamento personalizzato indicando alla fotocamera quella foto scattata alla parete o al foglio di carta come bianco di riferimento. Avendo un "vero" bianco, la fotocamera effettuer&agrave; automaticamente le regolazioni necessarie.&nbsp;<br /><br /><img src="../images/brackWB.jpg" alt="L'impostazione del bracketing sul bilanciamento del bianco con una EOS 20D - giovanni sodano" width="315" height="208" /><br />L&#39;impostazione del bracketing sul bilanciamento del bianco con una EOS 20D<br /><br /><strong>Bracketing sul bilanciamento del bianco&nbsp;</strong><br /><br />Analogamente a quanto indicato a proposito del controllo esposizione, &egrave; possibile con alcuni modelli effettuare pi&ugrave; scatti variando il bilanciamento del bianco. In questo caso, allo stesso scatto verranno applicate dalla macchina fotografica tre impostazioni diverse. Il tempo di scatto sar&agrave; quello di una sola foto, ma l&#39;occupazione in memoria sar&agrave; ovviamente pari a tre foto diverse.</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Conclusioni</strong><br /><br />Con questo si conclude la panoramica sui concetti di base della fotografia e sul principio di funzionamento di una fotocamera moderna. I concetti fondamentali sono pochi, ma noti questi pochi concetti, e con un po&#39; di fantasia e di sperimentazione si possono ottenere splendidi risultati. Prossimamente su queste pagine passeremo a illustrare alcune diffuse tecniche di ripresa.<br /><br />Autore: Nicoletta Ghironi</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Guida all'uso di una fotocamera reflex ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/guida-all-uso-di-una-fotocamera-reflex ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p><strong>Introduzione<br /></strong><br />Se avete appena comprato, o se vi hanno regalato una fotocamera <strong>reflex</strong>, sicuramente utilizzando le impostazioni automatiche, riuscirete a scattare delle buone fotografie. <br />I programmi manuali, tuttavia, permettono di ottenere dei risultati ancora migliori a patto, per&ograve;, di sapersi districare tra funzioni come&nbsp;<strong>priorit&agrave; di tempo</strong>, di <strong>diaframma </strong>e <strong>profondit&agrave; di campo</strong>.<br /><br />A seguire, quindi, cercheremo di spiegare questi termini e ci addentreremo nelle impostazioni di una fotocamera reflex professionale. Le spiegazioni fornite riguardano, nello specifico alcuni modelli di fascia alta di fotocamera Canon EOS, ma i concetti possono essere applicati alla totalit&agrave; delle fotocamere reflex.<br /><img src="../images/spaccato_eos.jpg" alt="fotocamera eos - giovanni sodano" width="370" /></p><strong>1. La luce</strong><p>Lo scopo del fotografo &egrave;&nbsp;<strong>impressionare</strong>&nbsp;correttamente la&nbsp;<strong>pellicola</strong>&nbsp;(o il sensore), cio&egrave; far arrivare sulla pellicola o sul sensore la giusta&nbsp;<strong>quantit&agrave; di luce</strong>.&nbsp;<br />Qualsiasi macchina regola la quantit&agrave; di luce che raggiunge sensore o pellicola tramite il<strong>tempo di posa</strong>, o tempo di apertura dell&#39;otturatore, e&nbsp;<strong>l&#39;apertura del diaframma</strong>, una sorta di "<strong>pupilla</strong>" contenuta all&#39;interno dell&#39;obbiettivo che pu&ograve; essere aperta o chiusa per permettere il passaggio di pi&ugrave; o meno luce.&nbsp;<br />Immaginate di avere un bicchiere d&#39;acqua da riempire fino all&#39;orlo.&nbsp;<br />In questo esempio, l&#39;acqua equivale alla luce, il&nbsp;<strong>tempo</strong>&nbsp;in cui tenete aperto il rubinetto corrisponde al&nbsp;<strong>tempo di posa</strong>&nbsp;(o, brevemente, "tempo") e&nbsp;<strong>l&#39;apertura</strong>&nbsp;del rubinetto equivale all&#39;<strong>apertura del diaframma</strong>.&nbsp;<br />&Eacute; intuitivo che si pu&ograve; ottenere lo stesso riempimento, cio&egrave; la stessa esposizione, sia con tempi brevi e ampie aperture che, viceversa, con tempi lunghi e aperture pi&ugrave; piccole. In entrambi i casi, la foto apparir&agrave; esposta correttamente, cio&egrave; ricca di dettagli sia nelle zone pi&ugrave; chiare sia nelle zone pi&ugrave; scure, ma il risultato finale sar&agrave; molto diverso.&nbsp;<br /><strong>Tempi</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>diaframmi</strong>&nbsp;<strong>influenzano</strong>&nbsp;infatti due aspetti fondamentali della fotografia, vale a dire&nbsp;<strong>il movimento</strong>&nbsp;<strong>e la porzione di immagine</strong>&nbsp;che risulter&agrave; a fuoco (la cosiddetta profondit&agrave; di campo). Il lavoro del fotografo consiste allora nello scegliere, tra le numerose possibilit&agrave;,&nbsp;<strong>l&#39;accoppiata tempo-diaframma</strong>&nbsp;che pi&ugrave; si addice ai suoi scopi.</p><strong>2. La scala dei tempi</strong><p>L&#39;unit&agrave; di misura del tempo &egrave; ovviamente il&nbsp;<strong>secondo</strong>.&nbsp;<br />In fotografia, un tempo tipico di posa dura una frazione di secondo, ad esempio&nbsp;<strong>1/125 di secondo</strong>. Per brevit&agrave; quindi si indica a volte solo il&nbsp;<strong>denominatore della frazione</strong>, lasciando gli apici solo ai secondi interi. Cos&igrave; 1/125 di secondo si scriver&agrave; 125, 4 secondi si scriver&agrave; 4" ecc.<br /><br /><strong>Con queste convenzioni, una scala di tempi indicativa &egrave; la seguente:</strong>&nbsp;<br /><br /><strong>1</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>2</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>4</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>8</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>15</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>30</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>60</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>125</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>250</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>500</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>1000</strong>&nbsp;<br /><br />L&#39;estensione di questa scala dipende dalla fotocamera in uso; esistono modelli che arrivano a&nbsp;<strong>30 secondi</strong>&nbsp;a un estremo della scala e a&nbsp;<strong>1/8000</strong>&nbsp;di secondo all&#39;altro estremo, ma quelli qui indicati sono pressoch&eacute; comuni a tutte le fotocamere. Notate che i tempi sono sempre (all&#39;incirca)&nbsp;<strong>uno il doppio dell&#39;altro</strong>.<br /><br /><img src="../images/tempolungo.jpg" alt="tempo lungo - giovanni sodano" width="344" height="229" /><br />tempo lungo<br /><br /><img src="../images/tempobreve.jpg" alt="tempo breve - giovanni sodano" width="344" height="230" /><br />tempo breve<br /><br />A confronto gli effetti di un tempo di posa lungo e breve. Notate come, col&nbsp;<strong>tempo breve</strong>, siano distinguibili i&nbsp;<strong>singoli spruzzi</strong>&nbsp;d&#39;acqua, mentre col&nbsp;<strong>tempo lungo</strong>&nbsp;questi disegnino una&nbsp;<strong>scia</strong>, dando un effetto del tutto diverso.<br /><br />La&nbsp;<strong>scelta del tempo &egrave; legata al concetto di movimento del soggetto</strong>. In generale, un soggetto mosso &egrave; indesiderabile, quindi sar&agrave; necessario utilizzare un tempo abbastanza breve da "<strong>congelarlo</strong>", un lasso di tempo cio&egrave; durante il quale il soggetto non si muova apprezzabilmente.&nbsp;<br />Per dare qualche esempio, con&nbsp;<strong>1/125</strong>&nbsp;si fotografano tranquillamente persone e gruppi; con&nbsp;<strong>1/250</strong>&nbsp;si possono fotografare soggetti in movimento, ad esempio una modella che si muove su un set;&nbsp;<strong>1/500</strong>&nbsp;basta per soggetti come bambini che giocano, mentre con<strong>1/1000</strong>&nbsp;si possono fotografare eventi sportivi gi&agrave; "difficili" (l&#39;attaccante al momento del tiro, l&#39;auto all&#39;uscita dalla curva). Tempi pi&ugrave; brevi sono strettamente necessari in rarissimi casi, ad esempio nel caso di oggetti molto veloci che si muovono perpendicolarmente all&#39;osservatore, ma possono naturalmente essere utilizzati per ottenere la giusta apertura del diaframma (ricordate sempre che &egrave; una regolazione a due parametri).&nbsp;<strong>Tempi pi&ugrave; lunghi si possono sempre utilizzare</strong>, ma richiedono via via pi&ugrave; attenzione. Anche nel caso di un soggetto immobile, infatti, si corre il rischio che la foto venga "mossa" a causa del tremolio delle mani del fotografo. Esiste quindi un "<strong>tempo di sicurezza</strong>" oltre il quale non &egrave; mai consigliabile andare, a meno di utilizzare un cavalletto. Torneremo tra poco sul concetto di tempo di sicurezza.<br /><br />Non sempre, per&ograve;, il "mosso" &egrave; una componente negativa delle foto: pu&ograve; essere anche voluto, ad esempio per creare un effetto di "<strong>panning</strong>" o per fotografie notturne con le scie luminose lasciate dai fari delle auto. In questo caso, munitevi di cavalletto e via con tempi molto lunghi, anche diverse decine di secondi.<br /><br /><img src="../images/panning.jpg" alt="effetto panning - giovanni sodano" width="370" /><br />panning<br /><br />Un esempio di "panning". In questo caso, il fotografo ha impostato un tempo volutamente lungo e ha seguito con l&#39;obbiettivo il soggetto al centro, che quindi appare grossomodo "fermo" mentre lo sfondo sembra scorrere sotto di lui.</p><strong>3. L&#39;apertura del diaframma</strong><p>L&#39;apertura del diaframma non viene misurata in millimetri, come sembrerebbe ovvio, ma dal numero adimensionale "<strong>f</strong>",<strong>&nbsp;dato dal rapporto tra la lunghezza focale dell&#39;obbiettivo utilizzato</strong>, espressa in mm,&nbsp;<strong>e il diametro del diaframma</strong>, sempre in mm. Questa apparente complicazione &egrave; giustificata dal fatto che, in questo modo, si elimina la scomoda dipendenza tra la luce che attraversa un obbiettivo e le sue dimensioni fisiche. Cos&igrave;, a un determinato valore di "f" corrisponde sempre la stessa quantit&agrave; di luce, che si utilizzi un grandangolo o un teleobbiettivo estremo. Notate che, essendo il diametro al denominatore della frazione, a numeri "f" elevati corrispondono piccole aperture, e quindi una ridotta quantit&agrave; di luce che raggiunger&agrave; la pellicola o il sensore.&nbsp;<br /><br />Una scala di diaframmi indicativa &egrave; la seguente:<br /><br /><strong>32</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;22</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;16&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>11&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;8&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>5.6&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>4</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;2.8&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;2&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>1.4</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>1</strong><br /><br />Questi valori, apparentemente strani, sono stati scelti in modo tale che, passando dall&#39;uno all&#39;altro a parit&agrave; di tempo di posa, la luce che raggiunge il sensore raddoppia o dimezza. Ad esempio, con la&nbsp;<strong>coppia 125 - f/8</strong>&nbsp;passer&agrave; la met&agrave; della luce che passa con la coppia&nbsp;<strong>125 - f/5.6</strong>, un quarto di quella che passa con&nbsp;<strong>125 - f/4</strong>, ecc.&nbsp;<br /><br />Anche l&#39;estensione di questa scala dipende dalla fotocamera (nel caso delle compatte) o dall&#39;obbiettivo utilizzato (nel caso di reflex a obbiettivi intercambiabili).&nbsp;<strong>L&#39;apertura maggiore</strong>, cio&egrave; il numero pi&ugrave; basso di "f",&nbsp;<strong>&egrave; la luminosit&agrave; massima</strong>, un dato molto importante. Un obbiettivo molto luminoso consentir&agrave; di scattare foto anche in condizioni di illuminazione peggiori di uno poco luminoso, ed &egrave; quindi pi&ugrave; pregiato. Purtroppo, questo pregio si pu&ograve; pagare molto caro: a titolo di esempio, un 300mm f/4 costa tipicamente meno di &euro;2000 mentre un 300mm f/2.8 della stessa marca e di pari qualit&agrave; arriva a &euro;6000!<br /><br /><img src="../images/85mmFD.jpg" alt="85mmFD - Un obbiettivo a messa a fuoco manuale, in cui si vede l'indicazione della profondit&agrave; di campo in piedi (verde) o metri (bianco) in funzione della scelta del diaframma - giovanni sodano" width="370" /><br />85mmFD - Un obbiettivo a messa a fuoco manuale, in cui si vede l&#39;indicazione della profondit&agrave; di campo in piedi (verde) o metri (bianco) in funzione della scelta del diaframma<br /><br />La scelta del diaframma &egrave; legata al concetto di profondit&agrave; di campo.&nbsp;<strong>Tanto maggiore &egrave; "f", tanto pi&ugrave; ampio sar&agrave; l&#39;intervallo di distanza dalla macchina entro cui i soggetti risulteranno a fuoco</strong>. Anni fa, sui corpi degli obbiettivi a messa a fuoco manuale, era indicata la profondit&agrave; di campo in metri; il fotografo poteva quindi sapere, prima dello scatto, che un dato diaframma avrebbe prodotto ad esempio soggetti a fuoco tra 3 e 5 metri di distanza, mentre passando al diaframma pi&ugrave; chiuso avrebbe messo a fuoco tutto quello che era compreso tra i 2,5 e i 9 metri di distanza. Ora questa informazione non &egrave; pi&ugrave; indicata, ma alcuni modelli consentono di controllare visivamente la profondit&agrave; di campo prima dello scatto.<br /><br /><img src="../images/diaframmaaperto.jpg" alt="diaframma aperto - giovanni sodano" width="343" height="230" /><br />diaframma aperto<br /><br /><img src="../images/diaframmachiuso.jpg" alt="diaframma chiuso - giovanni sodano" width="343" height="230" /><br />diaframma chiuso<br /><br /><strong>Utilizzando un diaframma aperto, ad esempio 100mm - f/2.8, si avr&agrave; a fuoco solo il soggetto principale mentre utilizzando diaframmi chiusi si avr&agrave; a fuoco anche lo sfondo.</strong><br /><br />Detto questo, la scelta del diaframma &egrave; intuitiva. Ad esempio, nel caso di panorami si dovranno preferire diaframmi chiusi, per avere a fuoco il pi&ugrave; possibile, mentre<strong>&nbsp;nel caso di un ritratto pu&ograve; essere interessante sfocare leggermente lo sfondo</strong>&nbsp;- quindi utilizzare diaframmi aperti - per dare maggior risalto al soggetto.<br /><br /><img src="../images/profondita_di_campo_1_sml.jpg" alt="ritratto - giovanni sodano" width="370" /><br />ritratto in un paio di occhiali con diaframma aperto&nbsp;<br /><br />Un strano "ritratto", esempio di ci&ograve; che si pu&ograve; ottenere potendo scegliere il valore del diaframma (in questo caso molto aperto).</p><strong>4. Le coppie tempo/diaframma</strong><p>Ora che conosciamo tempi e diaframmi, facciamo un passo avanti e iniziamo a parlare di coppie tempo-diaframma. Supponiamo di sapere che, in determinate condizioni di luce, scattando con un trentesimo di secondo e f/5.6 (30 - f/5.6) si otterr&agrave; un&#39;esposizione corretta. Per come sono state costruite le due scale, &egrave; automatico che anche tutte le altre coppie indicate nella tabella qui sotto produrranno esposizioni corrette, perch&eacute; in ogni caso&nbsp;<strong>non si fa altro che raddoppiare il tempo di posa dimezzando la quantit&agrave; di luce</strong>&nbsp;che passa per unit&agrave; di tempo o viceversa.&nbsp;<br /><br /><strong>&nbsp;1</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>&nbsp;2&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>&nbsp;4&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;<strong>8&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;<strong>15&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>&nbsp;30&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;<strong>60&nbsp;</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;&nbsp;125&nbsp;&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;250&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;500&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>1000&nbsp;</strong><br /><strong>32</strong>|<strong>&nbsp;22&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;16&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>11&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp; 8&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;5.6&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>4&nbsp;</strong>&nbsp;|&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;2.8&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;2&nbsp;&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>&nbsp;1.4&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>1</strong><br /><strong><br />Se le condizioni di luce cambiassero</strong>, ad esempio in presenza di pi&ugrave; luce, l<strong>a nostra serie</strong>&nbsp;di coppie&nbsp;<strong>potrebbe modificarsi</strong>, ad esempio, cos&igrave;:&nbsp;<br /><br /><strong>&nbsp;&nbsp;4&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>&nbsp;8&nbsp;</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;15</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;30</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;60</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;125</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;250&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;500&nbsp;</strong>|<strong>&nbsp;1000</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;2000&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>4000&nbsp;</strong><br /><strong>32</strong>&nbsp;&nbsp;|<strong>&nbsp;22</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp;16&nbsp;</strong>|&nbsp;<strong>11</strong>&nbsp;|<strong>&nbsp; 8</strong>&nbsp; |&nbsp;<strong>5.6</strong>&nbsp;|&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>4&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>2.8&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>2&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;|&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;1.4&nbsp;</strong>&nbsp;|&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>1</strong><strong>&nbsp;&nbsp;</strong><br /><br />Ora, dato che la luce &egrave; aumentata, utilizzando un diaframma 5.6 basta un esposizione di un centoventicinquesimo di secondo per ottenere la giusta esposizione, mentre prima era richiesto tempo pi&ugrave; lungo: un trentesimo di secondo. &Egrave; come se le due scale fossero slittate tra loro di due posizioni, due "passi". Ogni passo di questo tipo &egrave; detto, in gergo, "f/stop", o semplicemente "stop".&nbsp;<strong>Ad esempio, passare da 30 - f/5.6 a 125 - f/5.6 equivale a "chiudere" di 2 stop, o di sottoesporre di 2 stop</strong>.<br /><br />Una scala di diaframmi indicativa &egrave; la seguente:<br /><br /><strong>32</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>&nbsp;22</strong>&nbsp;|&nbsp;&nbsp;<strong>16</strong>&nbsp; |&nbsp;&nbsp;<strong>11</strong>&nbsp;|&nbsp;<strong>&nbsp;8&nbsp;</strong>|&nbsp;&nbsp;<strong>5.6</strong>&nbsp;&nbsp;|&nbsp;&nbsp;<strong>4</strong>&nbsp; |&nbsp;<strong>&nbsp;2.8</strong>&nbsp; |&nbsp;&nbsp;<strong>2&nbsp;</strong>&nbsp;|&nbsp;&nbsp;<strong>1.4</strong>&nbsp; |&nbsp;&nbsp;<strong>1</strong><br /><br />Questi valori, apparentemente strani, sono stati scelti in modo tale che,&nbsp;<strong>passando dall&#39;uno all&#39;altro a parit&agrave; di tempo di posa, la luce che raggiunge il sensore raddoppia o dimezza</strong>. Ad esempio, con la coppia 125 - f/8 passer&agrave; la met&agrave; della luce che passa con la coppia 125 - f/5.6, un quarto di quella che passa con 125 - f/4, ecc.&nbsp;<br /><br />In questa situazione,&nbsp;<strong>sapendo che tutte le coppie indicate in tabella sono equivalenti tra loro dal punto di vista dell&#39;esposizione</strong>, potremo concentrarci sul risultato che desideriamo ottenere, ad esempio sceglieremo la coppia 500 - f/2.8 per un ritratto o 30 - f/11 per un panorama, magari con l&#39;accortezza di usare un cavalletto visto il tempo lungo.</p><strong>5.&nbsp;</strong><strong>L&#39;esposimetro</strong><p>L&#39;esposimetro &egrave; lo strumento che misura la&nbsp;<strong>quantit&agrave; di luce</strong>, fornendoci l&#39;insieme di coppie tempo/diaframma adatte a una determinata condizione di luce. Si attiva generalmente premendo il pulsante di scatto a met&agrave; corsa e ci restituisce qualcosa che, a seconda del programma di scatto impostato (si veda in seguito) pu&ograve; essere una coppia tempo/diaframma, solo uno dei due valori, o una misura di quanto si &egrave; lontani dall&#39;esposizione corretta (un LED che si muove lungo una scala a zero centrale).&nbsp;<br /><br />Con fotocamere esclusivamente automatiche si &egrave; costretti a fare ci&ograve; che consiglia l&#39;esposimetro, ma anche nel caso si possegga una fotocamera pi&ugrave; sofisticata, i fotografi alle prime armi sono portati a credere che l&#39;esposimetro sia infallibile, e si fidano ciecamente. In realt&agrave;, non &egrave; cos&igrave;; al contrario,&nbsp;<strong>la misura dell&#39;esposimetro va sempre interpretata</strong>. Esaminiamo di seguito i vari tipi di esposimetro e il modo corretto di interpretarne i risultati.</p><strong>6. Esposimetro a media o media pesata</strong><p>Questo tipo di esposimetro legge la luce su tutto il campo inquadrato, restituendo appunto un valore medio (eventualmente, una media pesata che tiene in maggior conto l&#39;area centrale, dove normalmente si trova il soggetto).&nbsp;<strong>&Eacute; il pi&ugrave; semplice tipo di esposimetro, presente sulla maggior parte delle fotocamere</strong>&nbsp;(in molti vecchi modelli, la lettura media era l&#39;unico tipo di lettura esposimetrica disponibile).&nbsp;<strong>&Eacute; adatto nella maggior parte delle applicazioni, ma sbaglia nel caso dei controluce</strong>(presenza di una sorgente luminosa alle spalle del soggetto). In questi casi, infatti, al fotografo interessa solo la luce proveniente dal soggetto - &egrave; il soggetto che deve essere esposto correttamente, non il faretto dietro di lui! - mentre l&#39;esposimetro considera anche quella alle sue spalle.&nbsp;<strong>Risultato: il soggetto risulter&agrave; troppo scuro</strong>.<br /><br /><img src="../images/media.jpg" alt="media - giovanni sodano" width="270" height="196" /><br />media<br /><br /><img src="../images/medaipesata.jpg" alt="media pesata - giovanni sodano" width="270" height="189" /><br />media pesata<br /><br />Alcune condizioni tipiche di controluce sono: sole o altra sorgente di luce alle spalle del soggetto;&nbsp;<strong>ampia porzione di cielo inquadrato</strong>; in interno, finestra alle spalle del soggetto; sfondo molto chiaro (es spiaggia bianca o neve). A volte, basta davvero poco. Provate, ad esempio, a fotografare una persona di fronte a una parete bianca e poi di fronte a uno&nbsp;<strong>sfondo scuro</strong>, e fate caso a come cambia la coppia tempo/diaframma che la macchina imposta ... pur con stesso soggetto principale!<br /><br />Una soluzione,&nbsp;<strong>quando si utilizza un esposimetro a media e ci si trova in condizione di controluce</strong>, consiste nella "<strong>sovraesposizione</strong>": anzich&eacute; accettare il suggerimento dell&#39;esposimetro,&nbsp;<strong>si scatta con 2 o 3 "stop" in pi&ugrave;</strong>, a seconda dell&#39;entit&agrave; del controluce. La sorgente di luce alla spalle apparir&agrave; "bruciata", ma il soggetto sar&agrave; esposto correttamente.<br /><br /><img src="../images/compensazione.jpg" alt="compensazione - giovanni sodano" width="370" /><br />compensazione<br /><br />Agendo sulla ghiera&nbsp;<strong>secondaria o premendo il pulsante nel riquadro si attiva la compensazione dell&#39;esposizione</strong>. Premendo il pulsante indicato dal quadrato si attiva il blocco esposimetrico (fotocamere EOS e PowerShot).<br /><br />Avendone la possibilit&agrave;, un&#39;altra soluzione - anche migliore - consiste nell&#39;avvicinarsi al soggetto o zoomare con l&#39;obbiettivo, in modo da escludere la sorgente del controluce (o inquadrare leggermente pi&ugrave; a lato un soggetto dai colori simili),<strong>&nbsp;effettuare la misura, memorizzarla, ritornare al punto di partenza per ricomporre l&#39;inquadratura desiderata e scattare con le impostazioni memorizzate</strong>. Questa operazione &egrave; facilitata se la fotocamera dispone della funzione "blocco esposimetrico", che consente appunto di memorizzare dei parametri di scatto e riutilizzarli in seguito, ma si pu&ograve; fare in ogni caso utilizzando il programma di scatto manuale.<br /><br /><strong>NOTA</strong>: Considerazioni analoghe a quelle fatte per i controluce valgono quando, al contrario, si desidera fotografare un soggetto chiaro su uno sfondo molto scuro. In questo caso, il fotografo dovr&agrave; sempre effettuare una compensazione, ma questa volta negativa (sottoesposizione).</p><strong>7. Esposimetro a lettura valutativa, o "matrix"</strong><p>Nelle fotocamere moderne, la lettura valutativa prende spesso il posto, o perlomeno si affianca, alla lettura media. Ancora,&nbsp;<strong>la luce viene misurata su tutto il campo inquadrato, ma suddividendolo in un certo numero di zone</strong>&nbsp;(a seconda del modello, da 5 a decine di zone diverse) e considerando ciascuna di queste zone singolarmente. In questo caso, la fotocamera dovrebbe rendersi conto di eventuali situazioni di controluce, dato che misurerebbe in una zona un valore di luminosit&agrave; molto pi&ugrave; alto delle rimanenti. In pratica, sbaglia comunque, ma in modo meno marcato del caso precedente. Valgono le considerazioni fatte sopra, con la differenza che in questi casi l&#39;entit&agrave; della correzione &egrave; inferiore.</p><strong>8. Esposimetro a lettura parziale o spot</strong><p><img src="../images/spot.jpg" alt="Il principio di funzionamento degli esposimetri spot - giovanni sodano" width="270" height="186" /><br />Il principio di funzionamento degli esposimetri spot.&nbsp;<br /><br />Concettualmente diverso, questo tipo di esposimetro misura la luce solo in una ristretta zona del campo inquadrato, tipicamente al centro (ma la lettura pu&ograve; anche essere collegata al punto di messa a fuoco). A seconda dei modelli, l&#39;area valutata pu&ograve; andare dal 10% a meno dell1%.&nbsp;<strong>Si tratta di un esposimetro ideale da utilizzare in presenza di controluce: leggendo solo dal soggetto principale, di fatto non &egrave; ingannato dalla luce alla spalle.&nbsp;</strong>Come &egrave; facile immaginare, per&ograve;, sarebbe assai complicato utilizzarlo per un panorama (su quale punto effettuare la misura?). L&#39;ideale sarebbe avere a disposizione sia la lettura spot sia una delle precedenti, e utilizzare la spot solo per i controluce. Questo &egrave; quello che accade, in effetti, in tutte le fotocamere professionali o prosumer moderne, dotate tipicamente di tripla lettura esposimetrica (media pesata, valutativa, spot).</p><p>&nbsp;</p><p>Nel prossimo&nbsp;<a href="../guida-all-uso-di-una-fotocamera-reflex-parte-due.asp">articolo</a>&nbsp;esamineremo i programmi di scatto, parleremo di sensibilit&agrave; e spiegheremo come preparare la fotocamera per la prima sessione fotografica.&nbsp;<br /><br />I contenuti e le notizie riportate in questo articolo sono state tratte dalla rete. Autore:&nbsp;<span style="background-color: rgba(255, 255, 255, 0.917969); text-align: left">Nicoletta Ghironi</span></p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Elenco web directory gratuite italiane ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/elenco-di-web-directory-gratuite-italiane-per-indicizzare-il-proprio-sito ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Avete mai sentito parlare di&nbsp;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/SERP" target="_blank" title="Serp">SERP</a>?&nbsp;<br />Ebbene, i risultati di un motore di ricerca sono da sempre oggetto di studio da parte dei<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ottimizzazione_(motori_di_ricerca)" target="_blank" title="SEO">SEO</a>, ma in alcuni casi il lavoro pu&ograve; essere alleviato grazie alle directory web.<br /><br />Queste possono essere considerate come delle vere e proprie biblioteche private nelle quali &egrave; possibile archiviare il proprio indirizzo web e fare ricerche sui siti gi&agrave; presenti.&nbsp;<br />Il fine &egrave; lo stesso dei motori di ricerca, ma alla base vi &egrave; una organizzazione del tutto differente: girando per la rete troveremo directory settoriali in cui possiamo trovare solo siti dedicati alla buona cucina, o solo portali turistici e cos&igrave; via; ma esistono anche tantissime directory generiche dove &egrave; possibile trovare di tutto, ovviamente suddiviso in categorie tematiche.&nbsp;<br />Per entrare a far parte di una directory molto spesso bisogna attendere l&#39;approvazione formale dei gestori che manualmente controllano la veridicit&agrave; e recensiscono i siti proposti.<br /><br />Ho stilato una lista con alcune delle directory italiane pi&ugrave; famose e nel documento allegato che &egrave; possibile scaricare in formato xls sono incluse le seguenti caratteristiche:</p><strong>PageRank</strong><p>Letteralmente traducibile come rango di una pagina web (ma anche un gioco di parole collegato al nome di uno dei suoi inventori, Page), il pagerank &egrave; facilmente riconducibile al concetto di popolarit&agrave; tipico delle relazioni sociali umane, ed indica, o si ripromette di indicare, le pagine o i siti di maggiore rilevanza in relazione ai termini ricercati. Gli algoritmi che rendono possibile l&#39;indicizzazione del materiale presente in rete utilizzano anche il grado di popolarit&agrave; di una pagina web per definirne la posizione nei risultati di ricerca.</p><strong>Scambio</strong><p>Il link exchange (scambio link) consiste nell&#39;accordo tra i gestori di due o pi&ugrave; siti per aggiungere ai propri siti link che li collegano reciprocamente direttamente. Non si tratta di normali link inseriti nel testo o in altri elementi di una pagina del sito per poter consentire approfondimenti agli utenti, ma di link specificatamente aggiunti per promuovere gli altri siti, e compaiono solitamente nell&#39;home page o in un&#39;apposita pagina denonominata ad esempio "siti amici".&nbsp;<br />In pratica i siti si fanno pubblicit&agrave; reciproca con il relativo vantaggio (in termini di nuovi utenti o visitatori) che i due siti possono avere.</p><strong>Link diretto</strong><p>Indica se e&#39; presente un link diretto al sito segnalato</p><strong>Pagina dedicata</strong><p>Indica se e&#39; presente una pagina dedicata con scheda e recensione del sito segnalato</p><strong>Titolo</strong><p>Indica se nella pagina dedicata il tag title ha il nome del sito segnalato</p><strong>Tipologia</strong><p>Indica il tipo di directory, generica, aziendale, blog...</p><strong>Note</strong><p>Eventuali note o avvertimenti che ho ritenuto opportuno segnalare.</p><p><br /><a href="../public/download/ElencoDirectoryGratuite.xls" target="_blank" title="scarica la lista delle directory italiane in formato excel">Scarica la lista delle directory italiane in formati xls</a><br /><br />Le informazioni contenute in questo articolo sono state tratte dalla rete</p> ]]></description>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[ Sviluppo e stampa in digitale ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/sviluppo-e-stampa-fotoritocco-quale-software-usare-archiviare-foto ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Anche se pochi lo ammettono, se c&#39;&egrave; una&nbsp;<strong>"seccatura"</strong>&nbsp;nella fotografia digitale questa consiste proprio nel dover prendersi cura delle proprie immagini oltre lo scatto, diversamente da quanto accadeva in passato con la&nbsp;<strong>vecchia pellicola</strong>.<br /><br />Infatti, laddove il compito del fotografo si esauriva nella scelta del&nbsp;<strong>miglior laboratorio</strong>&nbsp;e, al massimo, in qualche indicazione per quanto riguardava sviluppo e stampa (soprattutto in caso di bianco e nero), oggi ci si trova di fronte a&nbsp;<strong>complessi programmi di fotoritocco</strong>&nbsp;che se da un lato consentono di migliorare la qualit&agrave; delle immagini, dall&#39;altro aprono un nuovo fronte di competenze, assorbendo anche un gran numero di ore di lavoro.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Artigiani dell&#39;Immagine</strong></h2></strong><p>Anche se suona come un paradosso, l&#39;utilizzo delle moderne e sofisticata tecnologie digitali ha finito per rendere la figura del fotografo prossima a quella di un artigiano, anche se in questo caso sarebbe pi&ugrave; corretto parlare di un&nbsp;<strong>cyber artigiano</strong>. A meno che non possiate permettervi in photo editor personale, infatti, oggi &egrave; bene tenere presenti anche questi aspetti, tanto pi&ugrave; se si considera la potenza degli strumenti di&nbsp;<strong>post produzione</strong>&nbsp;attualmente in circolazione. non &egrave; una caso che un p&ograve; tutte le principali<strong>scuole di fotografia</strong>&nbsp;si siano organizzate modificando i propri programmi di studio proprio in funzione della necessit&agrave; di affrontare i temi legati a quello che potremmo definire lo sviluppo digitale delle immagini. Saper gestire correttamente i propri file anche oltre la fase di scatto vera e propria non significa solo conoscere gli strumenti di editing e fotoritocco, ma anche&nbsp;<strong>avere una buona consapevolezza tecnica complessiva in tema di digital imaging</strong>. Specie i fotografi professionisti devono oggi sapersi confrontare senza problemi con temi come la calibrazione, la profondit&agrave; di colore, lo spazio colore, le tecnologie di compressione e cos&igrave; via.</p><p>&nbsp;</p><h3>Fotoritocco<span style="font-weight: normal; font-size: 10px" class="Apple-style-span">&nbsp;</span></h3><p>Prima di conoscere pi&ugrave; da vicino gli stumenti chiave per l&#39;editing fotografico, &egrave; bene chiarire subito quali secondo noi siano il limite di demarcazione da non oltrepassare per non sconfinare dalla fotografia alla&nbsp;<strong>digital art</strong>. La potenza degli attuali software di editing &egrave; tale da consentire di modificare la realt&agrave; senza che sia possibile percepire l&#39;inganno o quasi. L&#39;esempio classico &egrave; quello delle&nbsp;<strong>foto pubblicitarie</strong>, dove sempre i corpi gi&agrave; statuari di modelli e modelle sono ritoccati per renderli simili a quelli di una divinit&agrave; greca. Detto che spesso in materia il fine giustifica i mezzi, a nostro avviso vale quanto asserito da un grande della fotografia,&nbsp;<strong>Michael Nick Nichols</strong>, che a proposito di un fotoritocco ha detto: "<strong>si pu&ograve; fuorch&egrave; spostare anche un solo pixel</strong>". Un concetto in linea con la storia della fotografia che si &egrave; sempre avvalsa di accorgimenti e soluzioni tecniche, sia in fase di scatto, sia di sviluppo e stampa, per rendere migliore la qualit&agrave; delle immagini.<strong>Via libera, dunque, a variazioni del colore, della luminosit&agrave;, del contrasto, dell&#39;esposizione, ma divieto assoluto di alterare la composizione o l&#39;inquadratura, con l&#39;unica eccesione del cropping, per il quale ci sono comunque delle regole</strong>.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Primo dilemma: RAW o JPG?</strong></h2></strong><p>Chi possiede una macchina&nbsp;<strong>reflex</strong>&nbsp;o una compatta di buon livello pu&ograve; probabilmente scegliere se registrare le proprie immagini digitali in formato&nbsp;<strong>JPG</strong>&nbsp;compresso secondo diverse modalit&agrave; o in formato&nbsp;<strong>RAW</strong>. Con questo termine, che significa letteralmente "<strong>grezzo</strong>", si intendono quei file che contengono tutte le informazioni registrate dal sensore e dalla macchina al momento dello scatto. Si tratta di file di maggiori dimensioni e che pertanto consentono un maggior numero di opaioni in fase di&nbsp;<strong>editing</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>post produzione</strong>. In teoria a meno che non apparteniate a quella cerchia di utenti che di fotoritocco non vogliono nemmeno sentir parlare,&nbsp;<strong>i file raw sono sempre la scelta migliore perch&egrave; consentono id lavorare su un numero di informazioni migliori rispetto a quelle dei corrispettivi JPG</strong>&nbsp;che sono gi&agrave; il frutto di una serie di selezioni operate dalla macchina stessa al momento di generare il file prima della sua memorizzazione sulla scheda.&nbsp;<strong>Il difetto del file RAW</strong>, oltre alle dimensioni, sta nel fatto che la loro elaborazione &egrave; possibile solo attraverso l&#39;uso di un software fornito direttamente dal produttore della macchina o come nel caso delle applicazioni di&nbsp;<strong>Adobe</strong>. Visto che sono le soluzioni professionali come queste ultime a garantire gli strumenti e i risultati migliori, ne consegue che chi vuole scattare in&nbsp;<strong>RAW</strong>&nbsp;deve mettere in conto anche la spesa necessaria per l&#39;acquisto di un psogramma ocme per esempio&nbsp;<strong>Lightroom</strong>&nbsp;o<strong>Photoshop</strong>. Tra gli altri&nbsp;<strong>"difetti"</strong>&nbsp;di questo tipo di file si segnalano la necessit&agrave; di usare schede di memoria di dimensioni maggiori e la diminuzione delle prestazioni delle forocamere in modalit&agrave;&nbsp;<strong>"raffica"</strong>.&nbsp;<br />Generalizzando, e tenendo presente quanto detto fin qui, il consiglio &egrave; quello di usare il formato&nbsp;<strong>RAW</strong>&nbsp;solo quando si lavora agli alti&nbsp;<strong>ISO</strong>, quando si ha bisogno di gestire al meglio tutti i parametri principali dell&#39;immagine (<strong>still life</strong>&nbsp;e foto in studio in generale) e quando si opera in manuale.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Quale Software</strong></h2></strong><p>Di solito quando si parla di fotoritocco siamo tutti portati a cercare soluzioni open source e freeware, ma &egrave; complicato fare a meno di nomi illustri come&nbsp;<strong>Photoshop</strong>. Infatti, se &egrave; vero che esistono sul mercato pacchetti meno costosi come per esempio&nbsp;<strong>Paint Shop Pro</strong>&nbsp;di Corel, o del tutto gratuiti come&nbsp;<strong>Gimp</strong>, &egrave; difficile negare la differenza di potenza degli strumenti messi a disposizione. I fotoamatori pi&ugrave; esigenti, o chi ha mire profesisonali non pu&ograve; pertanto pensare di fare a meno di una copia di&nbsp;<strong>Photoshop</strong>&nbsp;o&nbsp;<strong>Lightroom</strong>. A proposito di questo amletico dubbio, ossia su quale delle due soluzioni&nbsp;<strong>Adobe</strong>&nbsp;puntare, dopo pi&ugrave; di un anno di vita &egrave; possibile trarre un bilancio pi&ugrave; completo su quello che molti avevano erroneamente accolto come una brutta copia di&nbsp;<strong>Photoshop</strong>.&nbsp;<strong>Lightroom</strong>, si &egrave; dimostrato un prodotto comodo per chi gestisce grandi quantit&agrave; di immagini. L&#39;interfaccia a misura di fotografo e, ovviamente, la potenza dei suoi strumenti lo rendono oggi una soluzione pi&ugrave; intelligente rispetto al fratello maggiore Photoshop.&nbsp;<strong>Quest&#39;ultimo ha assunto ormai dimensioni ciclopiche, diventando molto di pi&ugrave; di un software di fotoritocco</strong>. Sebbene possa vantare di un numero molto pi&ugrave; alto di funzioni e strumenti, in molti casi questi non riguardano direttamente le esigenze tipiche dei fotografi e lo rendono pi&ugrave; complesso rispetto ai flussi di lavoro preordinati di Lightroom. A far pendere la bilancia a favore di quest&#39;ultimo, poi, interviene anche il fattore costi.</p><p>&nbsp;</p><h3>Stampa<span style="font-weight: normal; font-size: 10px" class="Apple-style-span">&nbsp;</span></h3><p>Quello della stampa &egrave; il settore che pi&ugrave; ha subito i cambiamenti imposti dal passaggio al modello digitale. Il primo effetto &egrave; stata una netta diminuzione del lavoro per i laboratori tradizionali, messi in crisi in un primo momento soprattutto dalla disponibilit&agrave; di stampanti personali.&nbsp;<strong>Quindi, in una seconda fase, gli utenti, anche un p&ograve; delusi dal miraggio della stampa "fai da te", hanno cominciato nuovamente a rivolgersi a lavoratori specializzati, ma, dati alla mano, per un volume di stampa inferiore a quello dei tempi della pellicola</strong>. La ragione &egrave; semplice: le foto digitali vengono viste direttamente sui computer, tantopi&ugrave; che l&#39;uso di internet ha aperto la porta ad applicazioni che permettono di condividere il proprio lavoroben oltre la portata dell&#39;album fotografico..</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Stampa Personale</strong></h2></strong><p>Per quanto riguarda i sistemi a getto d&#39;inchiostro, con le dovute differenze tecniche, i tre brand tipici del mercato, ossia&nbsp;<strong>Canon</strong>,&nbsp;<strong>Epson</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>HP</strong>, hanno ormai raggiunto standard qualitativi molto elevati anche nella cosiddetta&nbsp;<strong>fascia consumer</strong>. Lasciando fuori plotter e altre soluzioni professionali dai costi improponibili per i fotoamatori, tutte e tre le principali case garantiscono un&#39;offerta di modelli di fascia alta capace di soddisfare anche i pi&ugrave; esigenti.&nbsp;<strong>Gocce da un solo picolitro di diametro, inchiostri ai pigmenti a lunga durata</strong>&nbsp;e l&#39;introduzione di carte speciali di qualit&agrave; via via superiore consentono davvero grandi risultati fino al formato A3+. Certo, nonostante i costanti miglioramenti dei driver e delle relative interfacce, riprodurre una fotografia in modo corretto e con una<strong>calibrazzione</strong>&nbsp;del colore degna di questo nome non &egrave; proprio un gioco da ragazzi.&nbsp;<br />I risultati migliori si ottengono imparando a gestire una a una tutte le opzioni messe sul campo cos&igrave; da adattarle alla perfezione alle diverse scelte possibili.&nbsp;<strong>Prodotti di questo tipo sno pertanto adatti soprattutto a chi ha bisogno di realizzare provini e stampe di qualit&agrave; in qualsiasi momento e in tempi accettabili</strong>. Una stampante fotografica di buon livello in formato A4 si rivela invece ancora utile al fotoamatore che vuole verificare l&#39;esito dei propri interventi in post-produzione prima di portare i file presso il laboratorio di stampa. Se usate in modo corretto, queste getto d&#39;inchiostro hanno il vantaggio do offrire un costo per pagina accettabile, anche se di solito decisamente pi&ugrave; alto di quello dichiarato dal produttore per ragioni di marketing.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Laboratorio</strong></h2></strong><p>La stampa del laboratorio fotografico resta a mio avviso la soluzione pi&ugrave; comoda e forse pi&ugrave; conveniente per le stampe finali. A meno di non scegliere laboratori "<strong>express</strong>" che sfornano foto in modalit&agrave; completamente automatica, un laboratorio fotografico serio permette di ottenere una stampa calibrata per le proprie immagini. Un aspetto importante di quando si parla di colori, ma che pu&ograve; divenire fondamentale se invece ci si riferisce al bianco e nero. Diversamente, considerando i progressi compiuti dalle tecnologie InkJet di fascia alta, l&#39;ipotesi stampa fai-da-te torna di attualit&agrave;, poich&egrave; consente di realizzare stampe calibrate su ciascuna immagine.<strong>&nbsp;Un discorso a parte lo meritano i servizi per l&#39;on-line printing, che sono invece un&#39;ottima soluzione per risparmiare tempo e talvolta anche denaro</strong>&nbsp;Naturalmente, occorre valutare se il prezzo del servizio on-line risulta davvero pi&ugrave; competitivo di quello del classico laboratorio "stampe in 30 minuti".</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Accorgimenti tecnici</strong></h2></strong><p>Chi sceglie di dotarsi di una getto d&#39;inchiostro fotografica, se tiene a fare le cose veramente per bene, dovrebbe cercare di calibrare al meglio il proprio sistema "<strong>macchina-monitor-stampante</strong>", pena frustranti e costose ricerche empiriche della corretta calibrazione tra i colori.&nbsp;<br />Per riuscire in questa impresa, si possono tentare diverse strade, ma quella che garantisce risultati migliori passa per l&#39;acquisto di un software specializzato, meglio se fornito insieme a uno strumento capace di "<strong>leggere</strong>" il colore del monitor. Una volta trovata la corretta corrispondenza tra ci&ograve; che si vede a video e ci&ograve; che si ottiene sulla carta, bisogna poi tenere a mente che in ogni caso la stampa risulter&agrave; con un livello di contrasto leggermente inferiore a quello visualizzato sul monitor. Per questo motivo,<strong>quando si prepara un&#39;immagine digitale per la stampa &egrave; buona regola, oltre che crearne una versione CMYK, aumentarne leggermente il contrasto rispetto a quanto risulterebbe necessario a occhio nudo</strong>. Se usate una maschera di contrasto, intervenite a questo scopo sul&nbsp;<strong>Fattore</strong>, impostando su valori compresi tra 120% e 200%, tutto dipende da l tipo di immagine.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Driver si, dirver no</strong></h2></strong><p>I produttori tendono sempre pi&ugrave; a semplificare ogni operazione all&#39;interno dei propri complessi sistemi di stampa e relativi driver software. nella stessa misura e per le stesse ragioni, la tendenza &egrave; anche quella di farcire i propri driver con tecnologie capaci di rendere la vita pi&ugrave; semplice agli utenti attraverso l&#39;uso di algoritmi in grado di ottimizzare l&#39;immagine, per esempio aumentando la brillantezza dei colori o applicando un effetto di anti-aliasing laddove necessario.&nbsp;<strong>Si tratta di soluzioni che danno in media buoni risultati, ma che ovviamente devono essere escluse o disattivate quando ci si accinge a stampare file che sono gi&agrave; stati ottimizzati in fase di post produzione</strong>.</p><p>&nbsp;</p><h3>Archiviazione<span style="font-weight: normal; font-size: 10px" class="Apple-style-span">&nbsp;</span></h3><p>Quando si parla di archiviazione sono i particolari a contare di pi&ugrave;. visto che l&#39;avvento del digitale ci ha privato di un archivio "<strong>fisico</strong>", la sopravvivenza nel tempo dei nostri file &egrave; affidata a un numero cospicuo di dispositivi digitali, ciascuno con caratteristiche differenti. L&#39;ideale &egrave; in ogni caso optare per un doppio backup. su due&nbsp;<strong>DVD</strong>, per esempio, oppure su due media differenti, quali dischi fissi esterni e on.line. L&#39;esperienza mi porta a suggerire ai professionisti, ma anche a colore oche non vogliono prendersi il rischio di perdere i propri ricordi, di adottare addirittura tre diverse misure, ossia&nbsp;<strong>CD</strong>&nbsp;e<strong>DVD</strong>,&nbsp;<strong>dischi fissi esterni</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>soluzioni on-line</strong>.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Masterizzazione</strong></h2></strong><p>Si tratta del sistema pi&ugrave; a buon mercato, ma il suo utilizzo richiede una certa quantit&agrave; di tempo. Infatti la masterizzazione deve essere impostata per evitare la registrazione dei dati alla massima velocit&agrave; possibile (che genera quasi sempre piccoli errori).&nbsp;<strong>8x &egrave; un valore "sicuro" per i CD, mentre 4x va bene per i DVD</strong>. Rispetto a questi ultimi, decisamente comodi per chi usa schede da 4BG, in realt&agrave; risultano meno "<strong>affidabili</strong>" dei pi&ugrave; piccoli CD per ragioni legate ai diversi formatiesistenti. In ogni caso, evitate sempre dischi riscrivibilie, soprattutto impostate il programma di masterizzazione affinch&egrave; proceda automaticamente alla verifica dei dati registrati.<br /><strong>Poich&egrave; CD e DVD sono supporti ottici delicati, dopo aver masterizzato in duplice copia le immagini e aver testato la funzionalit&agrave; dei dischi riponeteli nelle apposite custodie e quindi in un luogo asciutto, lontano da sbalzi di temperatura e della luce</strong>.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Dischi fissi esterni</strong></h2></strong><p>Una soluzioone che offre molti vantaggi, ma che espone il backup a maggiori rischi.&nbsp;<strong>I dischi fissi si possono infatti rompere e quelli esterni possono denunciare guasti non solo per quanto riguarda la propria componente di memoria, ma anche per quanto concerne controller e alimentazione elettrica</strong>. Dal punto di vista economico, invece, il crollo dei prezzi degli hard disk ha reso questi dispositivi decisamente pi&ugrave; convenienti che in passato, al punto da far loro vincere la classifica del costo per gigabyte (0,20 &euro;) anche rispetto ai DVD (0,30 &euro;). Iltransfer rate decisamente pi&ugrave; elevato rende per&ograve; allettante la prospettiva di disporre anche di un archivio su disco fisso, anzich&egrave; solo su DVD, soprattutto se si punta su dispositivi Firewire.&nbsp;<strong>Per quanto riguarda la scelta, l&#39;importante &egrave; verificare che l&#39;unit&agrave; utilizzata all&#39;interno corrisponda a un modello di fascia medio alta o alta</strong>. Per non correre rischi, chi ha una certa familiarit&agrave; con cacciaviti e pc pu&ograve; optare per l&#39;acquisto di un telaio vuoto, e separatamente, di un disco fisso di propria scelta. Da evitare invece i dischi fissi portatili realizzati con componentistica notebook. Sono perfetti per backup volanti o simili, ma non vanno bene per operazioni di backup a lungo termine per due motivi: un&nbsp;<strong>MTBF</strong>&nbsp;pi&ugrave; basso dei corrispettivi desktop e la maggiore difficolt&agrave; di connessione al pc, nel caso di rottura del controller o del sistema di alimentazione. Infine, se optate per il backup su disco fisso esterno, ricordatevi che dovrete usare queste unti&agrave; esclusivamente per il backup e non per il lavoro di tutti i giorni.&nbsp;<strong>Dunque dopo aver trasferito le immagini da e verso il disco fisso del pc, l&#39;hard disk esterno va immediatamente riposto in un luogo sicuro</strong>.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Soluzioni on-line</strong></h2></strong><p>Le soluzioni basata ul web hanno innumerevoli vantaggi. Il primo pi&ugrave; banale e scontato &egrave; che si pu&ograve; far affidamento su sistemi di backup decisamente pi&ugrave; sofisticati, dal momento che &egrave; lecito presumere che servizi come per esempio&nbsp;<strong>flickr</strong>&nbsp;si tutelino in tal senso molto meglio di quanto non possa fare un comune mortale. Inoltre i sistemi on-line permettono di accedere al proprio archivio digitale da qualsiasi luogo nel mondo e non necessareamente dal monitor del proprio PC. l&#39;unica cosa che serve &egrave; una connessione a interne,&nbsp;<strong>meglio se a banda larga e di tipo flat</strong>&nbsp;per mantenere i costi sotto controllo e non perdere troppo tempo per l&#39;upload e il download dei file. A queste condizioni si pu&ograve; tentare la strada on-line sostanzialmente in due modi:sottoscrivendo un abbonamento annuale come quello di&nbsp;<strong>Yahoo!</strong>, piuttosto che utilizzando uno&nbsp;<strong>spazio FTP</strong>&nbsp;di propria pertinenza. Anche se molti non se ne rendono conto, al momento di registrare e acquistare un dominio personale si entra in possesso anche di una quantit&agrave; di storage (variabile a seconda del cotnratto) che permette di crearsi un proprio archivio on-line, cui accedere semplicemente tramite un client gratuito come per esempio&nbsp;<strong>Filezilla</strong>.</p><p>&nbsp;</p><h3>Su internet<span style="font-weight: normal; font-size: 10px" class="Apple-style-span">&nbsp;</span></h3><p>L&#39;elenco dei siti che offrono servizi di successo per la fotografia &egrave; praticamente infinito, ma in questa sede mi limiter&ograve; a citarne tre che rappresentano dei punti di riferimento, ciascuno nel suo ambito.</p><p>&nbsp;</p><strong><h2><strong>Flickr, il re delle fotocommunity</strong></h2></strong><p>Servizio per l&#39;archiviazione on-line, flickr si &egrave; via via evoluto in uno dei principali social network, sebbene lo faccia mettendo in relazione soprattutto gli appassionati di fotografia. L&#39;applicazion di cui esiste una regolare versione gratuita, consente di accedere a una serie di strumenti per la gestione dell&#39;upload e dell&#39;archivio, cui aggiunge un cospicuo set di funzioni per cos&igrave; dire di relazione. Chi lo desidera pu&ograve; infatti dar vita a una serie di&nbsp;<strong>community nella community</strong>&nbsp;dando vita a gruppi amministrati secondo regole decretate direttamente dagli amministratori. Il mezzo ideale per conoscere per esempio appassionati del medesimo genere fotografico o soggetto, cos&igrave; come per creare veri e propri contest on-line. Divertimento dunque, ma anche scambio di informazioni e la possiblit&agrave; concreta di migliorarsi tecnicamente tramite il confronto con altri utenti. Ottime le opzioni accessorie, come il&nbsp;<strong>geotagging</strong>&nbsp;o le soluzioni di archiviazione su CD e printing. Meno interessante, invece, sotto il profilo economico:<strong>flickr non &egrave; pensato per mettere in mostra e vendere le proprie immagini</strong>&nbsp;e anzi da questo punto di vista non pi&ugrave; i rischi che le opportunit&agrave; Se c&#39;&egrave; un servizio on-line che ha avuto un impatto consistente sul mercato della fotografia professionale, questo &egrave; certamente&nbsp;<strong>iStock</strong>&nbsp;che non a caso &egrave; presto diventato l&#39;archetipo per una serie di concorrenti/imitazioni. &Eacute; difficile avere la percezione del fenomeno se non si &egrave; in qualche modo coinvolti direttamente nel mercato editoriale e della fotografia, ma per capirlo basta di solito ricordare che&nbsp;<strong>su iStock si vende in media 1 immagine ogni 1,4 secodni, cio&egrave; oltre 60000 immagini al giorno</strong>. Il segreto di questo successo? Il prezzo basso applicato alle immagini, l&#39;ampio database di illustrazioni e fotografie, e la velocit&agrave; tipica del web, con il file recapitato direttamente sul proprio desktop, pochi istanti dopo averne confermato l&#39;acquisto. Una vera manna dal cielo per grafici editoriali e creativi web e non; una vera&nbsp;<strong>"mazzata"</strong>&nbsp;inaspettata sulle grandi agenzie fotografiche di stock che hanno visto sfumare parte del proprio business. Per iscriversi e giocare le proprie carte ci vuole solo un p&ograve; di coraggio: istock &egrave; aperto a tutti.<br />Dei tre servizi citati&nbsp;<strong>Imagekind</strong>&nbsp;&egrave; il pi&ugrave; giovani ed appartiene in qualche modo alla scuderia di&nbsp;<strong>Flickr</strong>: grazie a un accordo con&nbsp;<strong>Yahoo!</strong>, l&#39;account gratuito &egrave; accessibile usando le stesse user ID e password valide per&nbsp;<strong>Flickr</strong>. Si tratta di un tentativo intelligente di piattaforma e-commerce aperta a tutti i fotografi professionisti e non.&nbsp;<strong>Il sito si propone come strumento di vendita di stampe con tanto di passepartout e cornice in diversi materiali, design e colori</strong>. Un servizioche stando alle statistiche sta riscuotendo un successo via via maggiore, soprattutto nei mercati nordamericani. Un modo per verificare l&#39;interesse del proprio portfolio o per promuoverlo anche su mercati diversamente impossibili da raggiungere. In due parole: da provare.&nbsp;</p><p><br />I contenuti e le notizie riportate in questo articolo sono state tratte dalla rete</p> ]]></description>
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      <title><![CDATA[ Il blog indefinito di un'azienda in movimento ]]></title>
      <link><![CDATA[ http://www.giovannisodano.it/blog/blog-di-approfondimento-di-giovanni-sodano ]]></link>
      <description><![CDATA[ <p>Eccoci qui, all&#39;avvio di questa nuova avventura.</p><p>Pronti per parlare di web design, di webmarketing strategico e operativo, di SEO e di tutto ci&ograve; che ci verr&agrave; in mente.</p><p>Ho deciso di integrare la nota piattaforma Banyto all&#39;interno del mio sito web per aprirmi ai commenti ed alle critiche, per condividere <strong>face to face</strong> esperienze e problematiche.</p><p>Insieme con lo staff della&nbsp;<a href="../web-agency-napoli/" title="Creative Business Agency - la web agency indefinita"><strong>Creative Business Agency</strong></a> , svilupperemo settimanalmente articoli e approfondimenti di qualit&agrave; sulle tematiche relative al nostro lavoro, ai nostri clienti ed alle novit&agrave; del nostro settore.</p><p>Seguiteci dunque, supportandoci e sopportandoci lungo questo nuovo cammino.&nbsp;</p><p>--<br />Giovanni Sodano&nbsp;</p> ]]></description>
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